Uomini che odiano gli uomini

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Con piccole modifiche, questo articolo è apparso su “Leggendaria” n.120, pp.26-27.

La violenza colpisce anche i maschi: dal bullismo agli stupri di guerra i casi sono molti. Non si tratta di fare paragoni tra ciò che subiscono le donne e ciò che subiscono gli uomini: sarebbe ricadere nel gioco maschilista delle simmetrie, che nega la complessità del vissuto di tutti e tutte. Ma è incontestabile che la lotta contro il patriarcato dominante sia da fare insieme, seguendo percorsi diversi.

Capita sempre più spesso di quanto si pensi. Ti trovi a parlare in pubblico di violenza sulle donne, oppure sei su un social network a commentare un articolo o un fatto di cronaca, e puntualmente arriva lui, l’uomo che commenta così: “e invece gli uomini? Gli uomini non la subiscono la violenza?” e magari snocciola dati, fatti, fonti.

Ci sono due riflessioni da fare. La prima è molto semplice: questi tizi non li troverete quasi mai se non dove si parla di violenza sulle donne. Parlano, o scrivono, non per difendere la loro lotta politica o per farla presente, ma per disturbare e sviare la lotta e il discorso altrui ponendo quella che loro pensano essere una “reale” questione di parità: anche gli uomini subiscono violenza. E questo deve venire prima di qualsiasi altro discorso sulla violenza, concludendo che se i femminismi non lo fanno vuol dire che anche loro commettono violenza agli uomini.

Le questioni di genere sono sempre più complesse da comprendere e da trattare rispetto a una banale simmetria di comportamenti, tanto comoda a chi vuole tenersi i suoi privilegi e a chi non riesce ad accettare la complessità del vissuto umano. Questo perché se non si vuole comprendere che la struttura del patriarcato, e del potere che vuole conservare, è rigidamente piramidale, non si riuscirà a capire né le differenti violenze che ci sono in gioco, né il fatto che hanno un’origine comune. Il patriarcato gode ancora di ottima salute, e si beffa di chi lo considera morto, superato, in crisi. La strategia del suo “dividi et impera” raccoglie ancora ottimi frutti finché ci saranno non solo maschilisti che si difendono dai femminismi ma anche donne che a quei maschilismi ci credono.

Ci sono ancora molti uomini che credono davvero che avere la vagina sia un grande vantaggio sociale, perché con quella le donne possono ottenere ciò che vogliono senza faticare. Si può obiettare dimostrando, ad esempio, che chi decide i criteri per i quali una vagina è appetibile è comunque un uomo. Opporre a questa distopia i dati di una società nella quale le donne nei ruoli apicali sono rare, non serve. La realtà non serve di fronte a una educazione patriarcale: come nel caso degli ultrasuoni, non si dispone dei sensi sviluppati per percepire queste realtà. Ci si dovrebbe fidare di chi le vive, queste esperienze – ma il patriarcato ha appunto ben insegnato a diffidare delle donne.

Ancora molti e molte perdono tempo in inutili discussioni con associazioni di padri separati che imputano ai femminismi una condizione dovuta al patriarcato, che ha informato di sé la legge, la mentalità dei giudici e il senso comune. Perché un giudice, molto spesso uomo, dovrebbe decidere diversamente che affidare casa e prole a lei e spese e mantenimento a lui? È stipulato nel contratto matrimoniale, sancito dalla tradizione, consolidato nel senso comune. Se non ci si domanda quale potere ha voluto questa forma sociale e questo modo di stabilire le relazioni tra sessi, gli uomini continueranno a prendersela – anche perché è più facile e comodo – con chi non c’entra niente e tenta di mettere in risalto dati di realtà che svelano ingiustizie contro le donne.

Il fatto è – seconda riflessione – che quelle persone pronte a gridare alla violenza subita dagli uomini da parte delle donne non hanno quasi mai la volontà di riconoscere un dato assolutamente reale e consolidato: sono i femminismi i primi ad aver detto che, nella cultura patriarcale nella quale viviamo, gli uomini non sono affatto al sicuro dalla violenza; anzi, essa agisce brutalmente anche su di loro. Il bullismo è dato quotidiano: ogni giorno maschi o gruppi di maschi tormentano maschi più deboli. I casi di abuso sessuale raccontati da Igiaba Scego su un recente numero di “Internazionale” sono terribili anche perché sono la punta di un iceberg di violenza: stupri di guerra, violenze sessuali di gruppo, sono i casi visibili e spettacolari di una montagna di violenza che si costruisce, per gli uomini, da quando viene imposto un fiocco azzurro sulla porta della casa natale. Da allora viene anche insegnato a vergognarsi della violenza subita, a non raccontarla, a provare vergogna anche delle parole che potrebbero raccontarla.

Per tutta la vita gli uomini sono costretti a mettere alla prova la loro virilità che si va costruendo: da piccoli dimostrando le qualità più maschie in nuce, da adolescenti mostrando pubblicamente sia disprezzo per la non eterosessualità sia tracotanza verso il femminile, da adulti inseguendo prima la continua prestazione sessuale, poi la scalata al potere – con il successo, la carriera, il patrimonio – imponendosi su sempre più uomini e donne. Una su tante, la ricerca di Giuseppe Burgio divenuta il libro Adolescenza e violenza raccoglie storie e prassi di ordinario sessismo subito dagli uomini fin dalla loro infanzia, e racconta l’insegnamento che ricevono di farlo subire a altri e altre intorno a loro.

Il sessismo, lo strumento che il patriarcato utilizza per perpetuare le sue strutture di potere, agisce trasversalmente sui generi e sugli orientamenti, nessuno e nessuna può dirsi immune; ma i suoi effetti sono molto diversi. Laddove per le donne si tratta, generalizzando, di agire una resistenza a una oppressione che si presenta sotto tanti aspetti diversi e spesso difficili da individuare, per un uomo si tratta di comprendere a quale prezzo gli sono concessi dei privilegi solo perché uomo. Compresi e tolti quei privilegi, la violenza patriarcale è finalmente riconoscibile anche su di lui: ma la parola privilegio nasconde un ostacolo molto difficile.

Molti e molte pensano che il privilegio sia una vita agiata e senza difficoltà. Non è questo che assicura il patriarcato agli uomini eterosessuali: gli assicura invece, a parità di condizioni, più opportunità. La disoccupazione femminile è sempre più alta di quella maschile. Chi si preoccupa, uscendo la sera, di avere il cellulare, di andare in un quartiere “tranquillo”, di non rimanere sole, sono le donne. Gli scaffali rosa nei negozi di giocattoli sono sempre molto pochi; tutto il resto del negozio è per chi femmina non è.

Ma il patriarcato non è tenero con gli uomini che non vogliono le sue imposizioni, che non gradiscono di essere in continua competizione coi loro simili di genere. All’uomo che non dimostra la volontà di procedere nella scala di valori patriarcali, sempre più in alto possibile, sono riservati i trattamenti del traditore, del mostro, del minaccioso straniero, del succube, dello schiavo. Il bambino che non apprezza i giochi esagitati o gli sport di contatto, il ragazzo che non vuole scherzare sui corpi delle compagne, l’uomo che non è attratto dalla conquista sessuale, è subito inquadrato come un non-uomo, come colui che ha subito o che merita di subire un trattamento “da donna”. Cioè, la sua volontà dev’essere piegata attraverso coercizioni di vario tipo.

La spinta a omologarsi ai gruppi sociali più forti è prepotente già da molto piccoli. Crescere fuori dalle dinamiche patriarcali è per ora impossibile per un uomo, perché significherebbe crescere in sostanza da solo. La divisione in maschi e femmine con ruoli e mentalità diverse è sancita dal colore dei grembiuli e dalle attività proposte dalle maestre. Poi ci sono gli sport da scegliere, e s’incontrano altri stereotipi – no, i film come Billy Elliott non bastano. Il corpo cresce in maniera diversa, e tra genitori incapaci e imbarazzati, istituzioni assenti e media ignoranti, la pedagogia sessuale più a portata di mano è quella della pornografia commerciale. Basterebbe già questo a tirar su un maschilista provetto, ma poi il tutto è rafforzato dal gruppo, dalla socialità condivisa intorno ai valori maschilisti che non si può evitare, pena l’esclusione dal riconoscimento sociale, la solitudine, l’indifferenza. E questa è la via più accettata, quella eterosessuale. Immaginate cosa può arrivare a subire un ragazzo gay o trans.

Uscire dal patriarcato lo si fa, attualmente, da adulti o quasi. E se è vero che si riacquistano molte libertà – vivere il proprio sesso senza costrizioni o confronti, relazionarsi senza violenza con tutti e tutte, scoprire le proprie debolezze come momenti di crescita e di condivisione, smontare i meccanismi capitalistici e sessisti che costruiscono il “vero uomo” – il prezzo può essere alto. Si perdono amicizie, reti sociali, luoghi di lavoro, persino partner.

Che sia chiaro: non si tratta certo di fare paragoni tra ciò che subiscono le donne e ciò che subiscono gli uomini. Farlo sarebbe ricadere nel gioco maschilista delle simmetrie, che nega, come già detto, la complessità del vissuto di tutti e tutte. Ma il fatto incontestabile che la lotta contro il patriarcato dominante sia da fare seguendo percorsi diversi non significa che non la si possa fare insieme. La necessità di una lotta comune tra i generi e gli orientamenti deve anzi partire dalla sostanziale diversità dei corpi in lotta, e dal fatto che l’eterosessismo “normale” e normante agisce diversamente su quei corpi. Le differenti esperienze, le lontananze dei linguaggi, devono essere trasformate in ricchezze e risorse per la lotta comune. Separati, si continuerà a fallire entrambi; l’unione delle lotte sta già accadendo e continuerà ad accadere e a rafforzarsi.

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