Come ripensare “il maschile”

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Questo articolo è apparso su Leggendaria 115/2016 in risposta a quanto si può leggere su Leggendaria 113/2016, un numero speciale dedicato alla cosiddetta “questione maschile” nel quale ne hanno scritto molti uomini.

Da attivista antiessista sono stato ben felice che l’ultimo “Leggendaria” [n.113, intitolato Ciao, maschi] contenesse parole di uomini come me impegnati a lottare contro il patriarcato vigente; per ripensare insieme politicamente ed esistenzialmente “il maschile” ­ qualunque cosa esso sia, al di fuori del patriarcato che finora lo ha definito. Ciò che scrivo è però anche il frutto di alcune perplessità sorte durante la lettura degli articoli contenuti nel numero, a firma di uomini. Nell’introduzione a tutto Ciao, maschi si legge di «un invito a riprendere una riflessione e un dialogo in una fase che ci appare di impasse». Non mi è chiaro, poiché sembra dato per scontato, chi siano i “ci” a cui appare l’impasse; la mia condizione è non avere tempo e modo di essere dietro a tutte le iniziative antisessiste, non percepisco impasse. «Nel campo della sinistra… c’è un silenzio assordante sui temi posti dalle donne» e sono d’accordo, ma se poco sopra si constata «il perdurante esercizio di potere e di possesso degli uomini che innerva la nostra cultura», allora il problema è trasversale all’appartenenza politica, quindi è naturale «la diffidenza delle interlocutrici»: passa il tempo e cambia la politica, ma le pratiche maschili non cambiano.

Forse proprio la definizione di “questione maschile” ha qualcosa che non funziona. Sarebbe da chiedere prima di tutto agli uomini stessi che intraprendono un percorso antisessista che cosa può chiamarsi “questione maschile”. Visto che si denuncia una impasse, andrebbe stabilito prima che cosa è a una impasse. Come abbiamo imparato a smettere di parlare di “femminismo” per abituarsi a parlare di “femminismi”, si potrebbe smettere di parlare di “questione maschile” e cominciare a pensare che di questioni maschili ce ne sono molte; una è dentro quella sinistra che sembra essere sorda e indifferente. Proprio perché identifichiamo una “sinistra”, quella questione maschile non può essere la stessa di uomini che non si identificano a sinistra, come non può essere quella di uomini che non si identificano in generale con nessuno schieramento politico. Sono, ad esempio, gli stessi femminismi a indicare da tempo che la classe sociale, il colore della pelle, l’ambiente culturale nel quale si cresce, il linguaggio dei media, sono tutti elementi determinanti per comprendere le dinamiche delle questioni di genere nelle quali si trova ad agire, o a essere agito, un individuo. Usare ancora una etichetta come “questione maschile” potrebbe essere insufficiente per una congerie di problemi sociali e culturali molto diversi tra loro. Io comprendo l’inevitabile parzialità delle domande, ma bisognerebbe pure comprendere che a furia di rimanere soli con i propri esempi e le proprie esperienze non si va molto avanti. Chi ha incontrato «la passione per la politica e la libertà» di cui si parla nel primo articolo, negli anni Novanta, non può capire se non molto astrattamente «l’energia espressa» da Paestum 2012 – se mai ne fosse al corrente – e può darsi che ancora si domandi quale energia è stata espressa. Sembrerebbe che chi non c’era, a Paestum, non conti nulla.

Quando si rievoca «un inciampo» (complimenti per la delicatezza del termine…), cioè «il caso di un amico di maschileplurale accusato da una donna di aver esercitato su di lei violenza psicologica», più sotto si constata che «sul terreno delle iniziative che si propongono di affrontare e arginare la violenza maschile… emergono la diffidenza e il giudizio negativo più forti da parte di alcune donne». Se dopo anni e anni di esperienze dei centri antiviolenza, e dopo anni che queste esperienze sono divulgate e testimoniate, ancora ci sono uomini impegnati politicamente nella cosiddetta “questione maschile” che hanno problemi a capire «la questione dell’atteggiamento da assumere nei confronti degli uomini che agiscono violenza», allora ci credo che si raccoglie diffidenza: alla prova dei fatti, le donne sanno cosa fare e gli uomini no. Un antisessista non dovrebbe sentirsi fuori dalle dinamiche patriarcali; considero continuo e incessante il lavoro su me stesso per mantenermi fuori da quelle dinamiche, e non mi considero immune o definitivamente escluso dall’essere coinvolto in fenomeni di violenza di un qualunque tipo. Io non rifletterei, ancora e ancora, su «cosa ci manca» e sul desiderio. Io rifletterei su cosa impedisce, a uomini che si dicono disposti a mettersi in discussione, di mettersi in discussione. Davanti a una denuncia di violenza psicologica, le domande su «come viviamo il desiderio, il corpo, le relazioni» non servono. Davanti a un dato di fatto inquietante e tragico, s’è ripresentato un vecchio stereotipo: le donne sanno cosa fare, gli uomini stanno lì fermi a pensare.

È da un pezzo il tempo di mettere in pratica quello che i femminismi ci raccontano, e di cominciare a fare quelle esperienze pratiche di politica tra i corpi che da troppo rimandiamo per teorizzare. Lo dico da lettore abituato a sofismi dialettici e a retoriche complesse, e che non ne può più di leggere, l’esempio capita a proposito, stili affabulatori sterili come quello dell’articolo L’ombra dell’altro. Stessa sensazione per Come si fa a diventare maschi?, articolo che ancora propone la tesi secondo cui «il risultato delle lotte che hanno visto le donne protagoniste negli ultimi decenni del secolo scorso» è il sostanziale declino del patriarcato. Pure mi risulta molto difficile leggere un articolo che usa, per impostare un discorso possibile “tra uomini” su questioni del proprio genere, i pensieri di Massimo Recalcati, un personaggio che ha dimostrato a più riprese la sua totale ignoranza di questioni e studi di genere, palesando impreparazione e confusione. Nell’ottimo Senza padri di Paolo Godani – un esempio possibile tra tanti – si dimostra quanto l’impostazione di tutta la retorica legata al “complesso di Telemaco” e simili costruzioni teoriche sia reazionaria e violenta quanto quello contro cui fa finta di scagliarsi. Le voci autorevoli e documentate contro il “lacanismo” di personaggi come Recalcati sono parecchie.

“Come si fa a diventare maschi” lo sanno tutti i maschi: basta venire al mondo maschi. Il mondo è già costruito apposta per loro, con tutte le comodità del caso pronte per preparare generazioni di oppressori – tra le comodità, aver educato un altro genere al nostro servizio, e gli altri generi a scomparire in quanto “diversi”. Il “padre” non è “evaporato”, la tragicomica fine che ci viene raccontata di Gruppo Trasformazione lo racconta bene. Una volta fatto un libro, esso ha concluso una esperienza invece di cominciarne effettivamente una più incisiva, nel mondo esterno al gruppo. «Sarà necessario… riflettere sull’esito di questa esperienza», certo, ma chi deve rifletterci visto che il gruppo non c’è più? Questo esempio racconta di un patriarcato in crisi? A me non pare proprio. Solo nel dialogo a tre tra Ciccone, Zappino e Rinaldi compaiono a parlare maschilità fuori dagli schemi etero, ma il risultato è però un non­dialogo. Dopo poche battute ciascuno regola l’intervento dell’altro, a testimoniare una mancanza di fondo, che si denuncia in questo numero di “Leggendaria” fin dall’inizio ma che non si nomina mai, e alla fine appare: non si fa politica attiva e pratica insieme a maschi non eterosessuali, e insieme a maschi che hanno conosciuto femminismi diversi da quelli di chi «ha incontrato la passione per la politica e la libertà nel ’68, e chi un decennio dopo». Il risultato è lì: non ci si intende su cos’è mascolinità, non ci si intende su norme e pratiche, non ci si intende su cos’è femminile, non ci s’intende su cosa vuol dire desiderare diversamente. Non ci si intende.

Avrei voluto leggere, in questo numero, di uomini che stanno provando a costruire politicamente qualcosa di diverso senza chiedere confronti o dialoghi o appoggi. I femminismi sono un immenso e prezioso patrimonio di pratiche da studiare, di ispirazioni da assorbire, di analisi da ricordare – ma io non sono una donna. Io non posso dimenticare di avere la maschera, il vestito, le abitudini dell’oppressore. Sono chiamato a fare qualcosa di diverso, qualunque cosa che possa essere socialmente condivisa non tanto dalle donne – hanno parecchia roba da condividere già tra loro, sanno cosa fare, non gli serve altro – ma condivisa dagli altri uomini. Opporsi al patriarcato, al sessismo, alla violenza non lo si fa “per le donne” – come continua a dire una ipocrita versione di politcal correctness tipica della sinistra al potere: lo si fa per noi, per avere libertà che il patriarcato ci toglie ripagandoci con i vantaggi della sua distorta idea di potere maschile.

Si tratta di vivere fino in fondo il paradosso di lottare contro il patriarcato da dentro il patriarcato, nascendo “patriarcali” per forza di cose – e convincere gli altri uomini che fuori da queste strutture di potere c’è una vita personale e sociale migliore. Cambiando tutti i giorni il proprio linguaggio, le proprie abitudini, e dicendolo in giro, agli amici, nelle scuole, in tutti i luoghi reali e virtuali che frequentiamo. Lottando per una visione intersezionale delle questioni sociali, senza quelle odiose gerarchie di problemi che sanno di benaltrismo quando non di vera e propria malafede, perché sessismo, violenza di genere, lotta di classe (esiste, esiste ancora, non è sparita neanche lei), parità dei diritti, sono la stessa lotta contro un potere onnipresente e coercitivo. Un potere tipicamente maschile.

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