La costruzione di una possibilità: disertare il patriarcato

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Questo articolo è lo scritto del mio intervento al convegno La questione maschile. Archetipi, transizioni, metamorfosi organizzato dal Forum di Ateneo per le politiche e gli studi di genere dell’università di Padova nel marzo 2015; pubblicato in La questione maschile. Archetipi, transizioni, metamorfosi, a cura di Saveria Chemotti, Padova, Il poligrafo, 2015.

La costruzione di una possibilità: disertare il patriarcato

Che cos’è questa crisi del patriarcato?

Da molto tempo e da varie fonti si sente usare l’espressione “crisi del patriarcato”; l’espressione però si presta e si è prestata in passato a diversi usi, anche opposti tra loro. Si può intendere infatti sia che l’istituzione patriarcale è alla fine del suo percorso storico, perché minata nelle sue fondamentali strutture e gerarchie, nei suoi metodi e linguaggi, per cui si annuncia prossima la sua fine – come trasformazione in qualcosa d’altro o come sparizione definitiva è ancora da vedere. Oppure si può intendere la “crisi” come un inizio, evidente e decisivo, di una messa in questione diffusa del patriarcato; inizio così forte di una crisi inevitabile tanto da innescare dinamiche difensive, colpi di coda, reazioni veementi a quello che sembra prospettarsi come la fine di un più che secolare strumento di potere di un genere sugli altri. Le due interpretazioni non sono molto sovrapponibili, non sono affatto la stessa cosa: nel primo caso c’è da prendere atto che un formidabile aggregato di potere politico, cultura, paradigmi e abitudini sociali è venuto meno e stiamo, in modo diverso, assistendo alla costruzione di qualcosa di alternativo; nel secondo, vediamo i chiari sintomi di una crisi irreversibile ma ci si deve eventualmente attrezzare per difendersi, superarla, accelerarla, reagire ad essa – a seconda dei punti di vista.

Questo è quello che ci si può domandare riguardo il concetto di “crisi” che lì viene espresso. Il secondo corno della questione sta nel determinare chi è in crisi, quale uomo (o donna) che si riconoscono nel patriarcato e nei suoi valori fondamentali: ad esempio, che siano in crisi, perché facenti parte del sistema patriarcale, tutti gli uomini in quanto individui di sesso maschile, sembra un’ipotesi troppo generica da perseguire.

Si può essere abbastanza certi, date le prove sperimentali e le esperienze empiriche che continuano a moltiplicarsi e a raccontarsi, che è in atto per dir così una crisi del corpo maschile. Con il welfare occidentale in crisi cronica – questa presente e pesante senza alcun dubbio – il corpo maschile come capace di lavoro e di reddito ha subito un colpo durissimo (anche quello delle donne, ovviamente, ma proprio in virtù dello squilibrio occupazionale e salariale tra i generi, è la difficoltà maschile a essere registrata con cifre più ufficiali significative); la questione della paternità, della riproduzione, che ha visto impegnato il patriarcato in una battaglia millenaria per assicurarsi dispositivi di potere che potessero reagire alla naturalità del mater sempre certa – diritto matrimoniale, questioni ereditarie, vincoli economici – è ormai persa di fronte a tecnologie riproduttive nate per realizzare per più persone possibile il desiderio di maternità e paternità. Le varie tecniche di inseminazione artificiale e la possibilità di ricorrere a un’altra donna per il periodo di gestazione hanno reso sempre più aleatoria la certezza della riproduzione per il corpo maschile, e anzi ne sostengono la sostanziale inutilità. Aggiungiamoci poi le polemiche e il contraccolpo sociale della questione “cognome paterno”, e il quadro è completo. Il corpo maschile e la sua presenza nel mondo sono decisamente in crisi.

Rimane il fatto, altrettanto innegabile, che questa eventuale crisi non colpisce tutti i corpi maschili nello stesso modo, grado ed eventualità. I principali luoghi di potere politico e decisionale sono largamente in mano a uomini, così come la leadership delle realtà economiche. L’offerta commerciale verso il corpo dell’uomo è ancora evidentemente irraggiungibile da parte del marketing votato al femminile: la moda e la cosmetica sono terreni nei quali il corpo dell’uomo ha guadagnato un ruolo rilevante rispetto a un passato in sordina, mentre in altri settori (come lo sport amatoriale e professionistico o i servizi per l’intrattenimento, il mercato motociclistico e automobilistico) il gap negli investimenti e nei risultati economici e d’immagine, tra uomini e donne, è in maniera imbarazzante a favore del maschile.

A tutto questo va aggiunto un fenomeno storico difficilmente accelerabile: la comparsa delle donne in alcune occupazioni è tutto sommato recente – soprattutto in Italia – con le ovvie ricadute in termini culturali. Un caso lampante è quello del linguaggio, e dei fenomeni di sessismo linguistico ad esso legati. Che ancora sia difficile da accettare l’uso di ministra o avvocata è ovviamente legato al fatto che il corpo di un ministro o di un avvocato è tradizionalmente quello di un uomo. Per quante sacrosante battaglie legislative siano state fatte e vinte per la parità di genere, la cultura di un paese, il suo senso comune, non può certo cambiare con la velocità con la quale una legge entra in vigore: nel frattempo, il dibattito culturale su questi temi si svolge ancora troppo in pochi luoghi ed è ancora scarsamente seguito dall’opinione pubblica, che invece è in balìa molto spesso di media impreparati e governati da marketing aggressivi o superficiali. I quali, piuttosto che provare a seguire quel dibattito divulgandone le vicende, insistono sui valori del patriarcato più tradizionale o combattendone a colpi di sensazionalismo il nemico naturale: le donne.

La polarizzazione di queste questioni intorno agli estremi polemici è però nociva, e fa perdere di vista il problema principale: uscire in qualche modo dalla crisi – economica, sociale, politica – e anche uscire dal patriarcato, che di quella crisi è un protagonista principale. Insomma, essere capaci, uomini e donne, di fronteggiare una complessità come tale, senza paure o pregiudizi di sorta e comprendendo che probabilmente non c’è momento sociale più adatto per trasformarsi e adattarsi a urgenze non più rimandabili.

Non appena queste parole sono dette, però, si pensa subito a discorsi contro la violenza sulle donne o a dispositivi retorici femministi, non meglio specificati, che dividono il campo sociale in vittime e carnefici, abusanti e abusate, violenti e soggette alla violenza. Per sfuggire a questi falsi dualismi un po’ manichei, quello che ancora rimane difficile da considerare appieno e portare alla luce è il carattere sistemico del patriarcato e del sessismo, e il loro carattere di violenza e privazione di libertà anche per il genere maschile per il quale pure prepara vantaggi e agi. È necessario un antisessismo quotidiano, perché il sessismo discrimina anche i maschi eterosessuali; in sostanza, perché il patriarcato educa al sessismo tramite uno scambio tra vantaggi sociali e libertà, creando illusioni e/o allucinazioni sociali.[1]

L’assenza di alternative

Di fronte a una situazione che investe più o meno consciamente in molti aspetti della sua vita, un uomo eterosessuale si trova sostanzialmente privo di strumenti culturali adatti non solo a prendere una decisione che lo riguardi in quanto uomo, affinché capisca che nella costruzione della sua identità di genere c’è una possibile risposta a tanti aspetti critici, ma prima di tutto a comprendere che lì, nel suo corpo, nella sua mascolinità, nella sua apparentemente naturale e indiscutibile immagine di uomo, sta una parte centrale del problema sociale che lo investe e della capacità di avvertirlo come tale.

Siamo il paese nel quale il femminismo e la sua storia, con tutte le peculiarità che ha avuto e ha il movimento femminista italiano, è sconosciuto ai più: non si studia nelle scuole, non se ne parla con fequenza e con preparazione nei media, sono poche – rispetto ad altri argomenti – le persone capaci di poterne parlare pubblicamente con competenza, si fa pochissima ricerca accademica sulle questioni di genere e lo si fa anche in maniera sporadica e poco organizzata. Tutto ciò mentre lo stereotipo negativo e stigmatizzante della “femminista”[2] è invece ben inculcato in gran parte della popolazione attiva, anche se mai direttamente coinvolta in questioni di genere.

Come detto, l’argomento della violenza di genere tiene spesso banco nelle cronache, ma è trattato in maniera superficiale nei contenuti e nel linguaggio, e anche laddove i suoi numeri sono supportati da studi e statistiche scientificamente rilevate, non produce una seria presa in carico della questione né a livello istituzionale né nell’opinione pubblica.

Altrettanto malamente è considerato e sviluppato il tema del sessismo, soprattutto nel linguaggio, che viene combattuto polemicamente come fosse una versione ipocrita di una correctness stucchevole e insensata, importata da altri paesi o da personalità considerate vacue e sostanzialmente irrilevanti in termini politici e sociali.

La situazione nelle scuole è anche peggiore, se possibile. La costante politica emergenziale che ormai è la normalità per questa istituzione rende impossibile realizzare formule educative riguardo il genere e la sessualità, malgrado i soliti ottimi sporadici esempi nati per ostinata volontà del corpo docente o per ottime formule di organizzazione autonoma.[3]

Per quel che riguarda la situazione accademica, essa non può che riflettere lo stato di cose:

Nelle università italiane coesistono e confliggono alternativamente iniziative di alto profilo e corsi assai modesti; e così ottimi programmi di ricerca e di formazione superiore, efficaci insegnamenti introduttivi su specifici aspetti di un universo conoscitivo ormai sterminato esistono accanto e insieme ai prodotti di una offerta didattica generica, frammentata, indefinita, spesso del tutto insufficiente a garantire una buona strumentazione di base, entro la quale insegnamenti di argomento affine sono spesso scollegati l’uno dall’altro e privi di un indispensabile momento di raccordo generale; in alcuni casi sono soprattutto i periodi di studio all’estero a offrire un rimedio alle croniche défaillances della formazione in Italia.[4]

In sostanza, per l’uomo eterosessuale che vuole abbandonare le costrizioni sociali, politiche e linguistiche del suo genere, così come viene rappresentato e vissuto comunemente nel patriarcato, quasi non ci sono strumenti culturali facilmente utilizzabili. Un uomo eterosessuale arriva a voler riconsiderare le caratteristiche della propria identità di genere – o comunque a criticarle, a voler “capirci qualcosa” – solitamente attraverso tre strade, non escludenti: una lettura, uno studio, un incontro con una realtà femminista che gli fornisca lo spunto per questa riconsiderazione; un evento più o meno personalmente traumatico che lo obblighi a riconsiderare linguaggi e abitudini relative al suo genere come negative o nocive; uno scontro pubblico con una realtà fortemente diversa dalla sua (politicamente, socialmente, economicamente) che lo obblighi a tenere conto delle necessità di un altro genere mai considerato prima come soggetto.

La situazione è quella ben descritta da Foucault nella sua espressione «datemi del possibile, altrimenti soffoco»[5]. Spiega Stefano Catucci:

Quando si tratta di una via d’uscita si sa da cosa si vuole uscire ma non è chiaro dove. C’è qualcosa da cui voglio uscire, come dice la scimmia [di Kafka], la quale non pensa a una condizione che vuole acquisire. Così avviene in Foucault che aveva cominciato come studioso di alcuni fenomeno culturali e filosofici e poi era diventato militante intorno al ’68. Ciò gli aveva fatto scoprire in modo preciso il problema del potere su cui ha lavorato in modo originale fino agli anni Settanta fino a Sorvegliare e punire. Poi nell’ultimo periodo si sono rarefatte le pubblicazioni. Importanti diventano i corsi e negli ultimi libri si occupa di etica e soprattutto di etica ellenistica. Sembrò una via di fuga anche questa, tornare a Seneca dopo l’indagine puntuale sulla realtà che lo circondava. Ma una delle questioni che ricorre nel Foucault dell’ultimo periodo è quella di capire come possiamo essere liberi. Le sua analisi del potere lo avevano condotto a ritenere che non esiste qualcosa che sia fuori dalle relazioni di potere. Lui cerca di superare l’idea che il potere sia qualcosa che qualcuno detiene (un re, l’economia, una casta) e qualcun altro no. L’errore delle teorie politiche è che non hanno ancora tagliato al testa al re. Il potere è qualcosa che si distribuisce, è una rete. Tutti siamo continuamente prese in una relazione di potere. Siamo condannati dentro il potere per cui ogni nostro atto di protesta di fuga è preso e afferrato dal potere, soffochiamo in questa assenza di possibilità.

Per elaborare questa sconcertante novità, è necessario un lavoro di gruppo sul sessismo, effettuato da più soggetti a confronto – questa è uno dei risultati indiscutibili e ancora da elaborare pienamente dei movimenti femministi, la cui efficacia è testimoniata dal lavoro costante delle associazioni maschili che lavorano in questo modo sui temi di genere[6]. L’attività accademica e/o quella pubblica non bastano, serve un momento separatista di confronto tra uomini, con altre maschilità, con altre generazioni. È il lavoro in gruppo a realizzare l’esclusione del potere patriarcale e sessista dalle relazioni, poiché si fa lavorare l’intersoggettività[7] tra uomini abituandosi alle differenze senza risolverle in gerarchie, come succede secondo la prassi patriarcale o quella paternalista.

In tutti quei casi[8] nei quali un primo passo importante è stato deciso – appunto quello di riconsiderare criticamente il proprio genere sessuale di appartenenza, o perlomeno un suo aspetto rilevante – il successivo è già molto più difficile. In quanto uomo eterosessuale, ci si trova a stare fin dalla nascita nella parte avvantaggiata, favorita dal patriarcato vigente: qualunque pratica politica, o teoria, o esperienza di lotta per l’affermazione di una diversa considerazione dei generi sessuali è stata però sempre una forma di resistenza al patriarcato. Sicuramente un uomo che decide di mettere in crisi la propria appartenenza di genere – e l’aderire al sistema culturale che l’ha costruita – potrà trovare molti materiali utili nelle storie dei femminismi, dei movimenti LGBT, del queer. Ma in più, oltre alle ovvie differenze di sensibilità dovute al proprio corpo, un uomo etero si trova sempre e comunque “dall’altra parte”, dalla nascita: dalla parte dell’oppressore. In questa situazione, nessuna di quelle pratiche politiche è condivisibile in toto e senza faticosi adattamenti. Il lavoro più difficile comporta la rottura della solidarietà maschile tipica del branco o dell’appartenenza patriarcale, diffusa e nota anche in gruppi di uomini tra loro sconosciuti, per diffondere e mettere alla prova l’autorevolezza, non l’autorità, di una nuova pratica politica e di relazione.

Necessità dell’ironia

Per questo e altri motivi l’antisessismo maschile deve porsi pubblicamente con ironia.[9] L’uso dell’ironia nel discorso e nella pratica antisessiste svela il lato oscuro, il meccanismo del consenso patriarcale nascosto nella (supposta) naturale serietà maschile, che ha reso quasi tutti gli uomini ma soprattutto i suoi difensori più accaniti sostanzialmente degli agelasti,[10] sia per quanto riguarda le questioni di genere sia forse soprattutto a proposito del proprio genere. Sarebbe facile trovare degli esempi tratti dalla vita di tutti i giorni nei quali il ridicolo, il goffo, l’impaccio, sono strumenti di conoscenza a disposizione di quegli uomini che vogliono mettere in discussione la propria fisicità o la propria abilità motoria – ossia il modo di stare nel mondo e presentarsi, quindi il modo di impegnarsi in una relazione. Così, il corpo e la parola maschili si rivelano in spazi e momenti diversi da quelli imposti o supposti ‘naturali’, e come sempre l’ironia è il segno di una opposizione, forse di una rivolta.

Una rivolta non riesce quando prendi il comando ma quando sposti il simbolico. Una rivolta riesce quando cambi l’immaginario, quando inventi nuove pratiche di resistenza e contro-condotte che si trasmettono, come in un contagio, aldilà dei confini della tua stessa lotta. La rivolta è un exemplar, una scintilla. Le istituzioni che esse creano, fuori dalla logica della sovranità, sono istituzioni dell’agire comune, che puntano al mutamento delle pratiche e del simbolico diffuso, disinvestendo di senso la conquista del potere istituzionale e ufficiale. […] Queste lotte non cercano il potere, ma la fondazione di una politica nuova, su basi diverse: mettono al centro le relazioni e le pratiche orizzontali, rifiutano la gerarchia, i leader, l’organizzazione. Mettono al centro i corpi e il rapporto con il tessuto urbano.[11]

L’uomo eterosessuale, imprigionato dalla nascita nelle costrizioni della mascolinità virile, vincente, oppressiva, alpha, obbligato a parlare il linguaggio, a praticare le abitudini e a indossare la divisa del macho per essere socialmente accettato, non deve attuare una resistenza, ma una diserzione; e per questo non c’è ancora né una storia né un senso comune cui richiamarsi. Quella del disertore[12] del patriarcato è ancora una possibilità da costruire per renderla realizzabile a molti; come materiali abbiamo biografie, casi, esempi, qualche ricerca – ma sono frammenti dalla visibilità molto ridotta e ostacolata. Questa diserzione è ancora un’esperienza singola e difficoltosa, e spesso ritenuta irripetibile, casuale, fortunosa e fortunata – cioè non socialmente fruibile da tutti, né rappresentata comunemente come ciò che in realtà è: un’opportunità, una liberazione verso una vita relazionale migliore, non violenta e più appagante. Disertare il patriarcato è uscire, smarcarsi da ranghi, divise, uniformità imposte legate all’immagine e al ruolo del maschio, dell’uomo; consolidare relazioni non violente o gerarchiche, confrontarsi col percorso e col mondo femminista, gay, queer; abbandonare frustranti privilegi di genere, storicamente ben determinati oppure scatenati al momento per opportunità politica, per costruirsi libertà non ondate su abusi e soprusi.

La necessità dell’ironia sta nel dover costruire tutto questo dentro e mentre il patriarcato funziona ancora; non solo come fornitore di linguaggio, immagine sociale, abitudini e atteggiamenti, ma anche e soprattutto come educatore che pure ha cresciuto con quegli strumenti gli uomini che successivamente vogliono opporsi alle sue direttive. È una classica situazione ironica, in senso kunderiano: «l’ironia irrita. Non perché si faccia beffe o attacchi, ma perché ci priva delle certezze svelando il mondo come ambiguità»[13]. Questa ambiguità è necessaria prima per svelare le strutture di potere e i meccanismi di consenso che costringono più o meno consapevolmente milioni di uomini ad aderire al modello patriarcale, poi per poterne parlare, indicarlo liberamente come modello negativo, schernirsi dei suoi valori e sovvertirne le strutture sociali e psicologiche.

Nella mancanza di riferimenti politici adatti – quelli letterari, come detto, ci sarebbero, ma a noi interessa qui una possibile dotazione di strumenti per costruire una possibile via d’uscita maschile dal patriarcato – esiste un enorme patrimonio al quale attingere: quello dei femminismi. Non si tratta, ovviamente, di far passare come adatti alla lotta antisessista maschile il lavoro di tante filosofe e attiviste tout court, ma di cominciare un lavoro di traduzione, adattamento, rielaborazione, discussione, di temi e pratiche efficaci nei femminismi e che facendo perno sul “nemico comune” patriarcale possano aiutare l’uomo eterosessuale antisessista ad avere riferimenti certi, se non altro per iniziare il suo percorso, la sua diserzione.

Penso – faccio qui solo qualche esempio – ad alcune parole di Rosi Braidotti:

Pensare l’identità come qualcosa di complesso e di molteplice sarebbe utile alle femministe anche per affrontare le proprie contraddizioni e discontinuità interiori, se possibile con un po’ di umorismo e leggerezza. Credo sia importante dare spazio ai momenti contraddittori, alla confusione e alle incertezze da non considerare come sconfitte o derive verso comportamenti “politicamente poco corretti”. In questo senso non potrebbe esserci nulla di più antitetico, rispetto a quel nomadismo che sto propugnando, del moralismo femminista.[14]

Io credo che l’identità nomade proposta da Braidotti potrebbe aiutare il disertore a costruirsene una, perché è «con un po’ di umorismo e leggerezza» che un uomo eterosessuale può ricostruirsi una identità sorpassando certi moralismi patriarcali e paternalistici a proposito dell’ironia, del desiderio, dell’emozione:

Il femminismo libera nelle donne anche il desiderio di libertà, levità, giustizia e autorealizzazione. E questi valori non corrispondono solo a convinzioni politiche razionali, ma anche a oggetti di intenso desiderio. Questo spirito di allegria era presente nei primi tempi del movimento femminista, quando appariva così chiaro che la gioia e il riso erano affermazioni ed emozioni politiche profonde. Non ne rimane molta di spinta gioiosa in questi tetri giorni della postmodernità, eppure faremmo bene a ricordare la forza eversiva del riso dionisiaco.[15]

E ancora:

Ritengo che non possano esservi mutamenti sociali senza aver prima costruito nuovi soggetti desideranti: molecolari, nomadi, multipli. Si deve partire lasciando spazio alla sperimentazione, alla ricerca, alla transizione. Divenire nomadi.

Probabilmente il disertore che costruisce la sua possibilità di disertare il patriarcato è un nomade com’è inteso da Braidotti – ancora da pensare e da mettere alla prova.

Gli esempi potrebbero continuare, non mancano i materiali: c’è da elaborare, per un uomo antisessista, quello che potrebbe prendere dal suo “margine” come lo intende bell hooks[16], o quanto gli sia possibile essere “eccentrico” secondo il pensiero di Teresa de Lauretis:

A mio parere, la trasformazione comporta uno spostamento, un vero e proprio dis-locamento: lasciare o rinunciare a un posto che è sicuro, che è “casa” in utti i sensi – socio-geografico, affettivo, linguistico, epistemologico – per un altro posto, sconosciuto, in cui si è non solo affettivamente ma anche concettualmente a rischio; un posto dal quale parlare e pensare sono incerti, insicuri, non garantiti (ma andarsene non è una scelta perché lì, comunque, non si poteva più vivere).[17]

Si fa di necessità virtù, e sfidando i citati moralismi, la solita ingerenza patriarcale e l’immancabile risolino di critici e critiche da varie parti, si lavora con quello che si ha a disposizione, nell’attesa di maturare un pensiero più proprio ed esperienze e ricerche che lo corroborino. E quello che si ha è una straordinaria tradizione di femminismi tutti da trasporre, ripensare, riadattare e sperimentare senza perdere uno «spirito di allegria» indispensabile a cementare lotte solitarie contro costruzioni di violenza, abuso, discriminazione.

Vivere il paradosso

La peculiarità del disertore del patriarcato è vivere il suo paradosso, quello dell’oppressore-oppresso. Nessun uomo nasce antisessista, per ora: quindi raggiungere una condizione di ripensamento e di cambiamento riguardo al propria condotta di genere, che nel caso di un uomo eterosessuale è di per sé inevitabilmente patriarcale per molti aspetti, fa vivere immediatamente una situazione paradossale.

I vantaggi sociali che il patriarcato prepara per un uomo eterosessuale sono tanti e innegabili[18]: ai bambini viene detto che nella vita possono fare tutto, ma nei negozi di giocattoli il settore “rosa” prevede solo giochi che simulano attività di cura o domestiche; un bambino vivace è tollerato e incoraggiato nella sua vivacità, mentre alle bambine viene chiesto di essere educate, formali, taciturne molto presto; le cose da maschi e le cose da femmine condizionano molto presto comportamenti e discorsi, abituando alla normalità dei trattamenti discriminatori seguenti. Suscita ancora assurde polemiche la constatazione statistica che a parità di mansione le donne guadagnano meno; e in Italia passa per prassi comune chiedere a una donna che si vuole assumere se ha intenzione di avere figli o di sposarsi, malgrado secondo l’articolo 8 dello Statuto dei Lavoratori (1970) e le direttive comunitarie 2000/43 e 2000/78 sul Codice della pari opportunità tra uomo e donna, è proibito al datore di lavoro farlo. Potremmo continuare a lungo questo stucchevole elenco di discriminazioni più o meno sottili, tra vita privata e sociale.

La critica a tutto ciò, portata da chi si professa vittima contemporaneamente di sessismo “al contrario” o altre fantasiose invenzioni teoriche, non regge alla prova dei fatti: quelle organizzazioni maschili che cercano di organizzare il consenso contro i femminismi, o contro una supposta alleanza tra “uomini alpha” e donne, scadono nel complottismo più becero e privo di qualsiasi fondamento, scambiando – quando è possibile distinguere logicamente le parti delle loro argomentazioni – la causa con l’effetto, quando va bene.

Il proprio corpo, l’aspetto, l’immagine, la maggior parte del linguaggio disponibile continuano a portare con sé una carica patriarcale, oppressiva e discriminante, che è quasi impossibile eludere se non tramite tortuosi espedienti e pratiche difficoltose[19]. Mi riferisco soprattutto a quelle situazioni linguistiche e comportamentali che hanno un valore identificativo sociale e che andrebbero respinte – ma non sempre è possibile, né si riescono a eludere in tempo o senza sacrificio. Il proverbio e il luogo comune sessista, la battuta del collega o dell’amico, l’insulto al volante o nella chiacchiera riguardo un fatto di cronaca, il colloquio sul posto di lavoro, l’ossessionante maschilismo dei media, sono situazioni e presenze coinvolgenti (quando non veri e propri attori sociali) che identificano nelle loro dinamiche tutti gli uomini eterosessuali, che certo nell’aspetto o nel linguaggio non si presentano – almeno non di primo acchito – come distinguibili tra maschilisti e sessisti convinti, inconsapevoli veicoli di patriarcato o schietti antisessisti. Se pure una minima dotazione di dispositivi linguistici e comportamentali esiste[20], per l’uomo antisessista, rimane ancora da inquadrarlo in un percorso politico ed esistenziale definito, anche se problematico. La strada del disertore del patriarcato è ancora da segnare nettamente, e da irrobustire teoricamente.

Anche per questo sempre più uomini si riuniscono, parlano, si confrontano, studiano insieme e animano discussioni, man mano sempre meno private, su questi argomenti e queste pratiche[21]. Sono sempre di più gli uomini che si accorgono di un grande numero di questioni sociali e politiche – la propaganda sulla “teoria gender” creata ad arte da teologi cattolici, la maternità surrogata, la prostituzione, la supposta naturalità della famiglia tradizionale, la libertà e le modalità delle relazioni sessuali – che li coinvolgono in prima persona e non come “mariti/compagni di”, “padri di” o in altre forme di relazione secondaria. Il nostro sistema sociale è quello che è, anche se la visibilità delle eccezioni sembra più convincente della realtà dei dati[22]; non si tratta affatto di “fare quello che fanno le donne” o peggio “fare come dicono le donne” – ammesso che questo tipo di critiche vogliano dire qualcosa di sensato – ma appunto di ispirarsi a esperienze politiche consolidate e a contributi teorici di ampio respiro per costruire una forma d’identità di genere per l’uomo antisessista che ancora non c’è.

La condizione paradossale è forte: si tratta di battersi per una autodeterminazione maschile non sessista, per una rivendicazione anche maschile del nesso tra ambito personale e ambito politico – due vecchie battaglie tipicamente femministe. Le quali però, di fronte a un patriarcato in crisi o perché alla fine del suo percorso o perché ha paura di segnali di rivolta sempre più efficaci, possono diventare strumenti politici, sociali e teorici, con i giusti distinguo, anche per gli uomini antisessisti.

Note

[1]          Per tutti questi aspetti il documentatissimo C. Volpato, Psicosociologia del maschilismo, Roma-Bari, Laterza, 2013, riporta materiali e riscontri in quantità.

[2]          Com’è noto, nel luogo comune la femminista odia gli uomini, è un persona acida e antipatica, si veste volutamente “male” o “da maschio”, probabilmente ha problemi nella sua vita sessuale… e così via.

[3]          Vale la pena di citare l’iniziativa dell’Associazione Scosse (www.scosse.org) che autorganizzando la manifestazione “Educare alle differenze” è riuscita a radunare a Roma per due giorni (20 e 21 settembre 2014) oltre duecento associazioni di varia natura presenti sul territorio italiano e attive nel portare nelle scuole discorsi femministi, antisessisti, su questioni di genere. La manifestazione si ripeterà anche quest’anno e nel frattempo sono stati prosotti utilissime pubblicazioni, a distribuzione gratuita, sullo “stato dell’arte” in Italia delle questioni di genere nella scuola.

[4]          P. Di Cori, Sotto mentite spoglie. Gender studies in Italia, “Cahiers d’études italiennes”, 16-2013, pp. 15-37.

[5]          S. Catucci, “Del possibile, altrimenti soffoco…”. Riflessioni per una via d’uscita dal presente, pensierinpiazza.it, 2008 (http://www.pensierinpiazza.it/archivio/documenti/doc_download/4-stefano-catucci-stefano-catucc-i-del-possibile-altrimenti-soffoco.html). Stefano Catucci da anni lavora in modo molto personale su Foucault, e ne ha aiutato la penetrazione in Italia con il suo Introduzione a Foucault, Roma-Bari, Laterza, 2008.

[6]          Non si può non citare, per il suo ruolo storico in Italia, l’associazione Maschile Plurale che pur tra mille difficoltà organizzative e ingerenze esterne documenta una rete molto attiva di realtà maschili antisessiste di ogni tipo: centri antiviolenza maschili, gruppi di auto-aiuto, circoli di studio sui temi di genere, “teatro dell’oppresso” e molte altre forme di resistenza al patriarcato e di discussione del modello e del potere maschilisti imperanti.

[7]             Lo uso qui proprio nel senso tipico che hanno dato a questo termine sia diverse pensatrici femministe, come Woolf, de Beauvoir, Irigaray, sia un filosofo come Merleau-Ponty. Per quest’ultimo, cfr. B. Stawarska, From the Body Proper to Flesh: Merleau-Ponty on Intersubjectivity, in Feminist Interpretations of Maurice Merleau-Ponty, edited by Dorothea Olkowski and Gail Weiss, Pennsylvania State University Press, 2006, pp.91-106.

[8]          Non so se esistano in questo caso studi scientifici ai quali riferirsi, ma questa è l’esperienza da militante antisessista corroborata da molti racconti analoghi di altri uomini impegnati in percorsi simili o nei centri antiviolenza maschili. Il “secondo passo” – cioè l’effettivo inizio di un percorso nuovo dopo la presa di coscienza dei condizionamenti dettati dal patriarcato vigente – può spesso non avvenire perché molto difficile da condividere e poco supportato da apparati letterari o di comunicazione, come anche dalla tanto decantata “solidarietà maschile” che porta spesso gli uomini a decidere in gruppo di fare ciò che da soli non penserebbero mai di fare. E non solo nel caso di violenza di genere. Un ampio ventaglio di altre possibilità sono descritte da S. Ciccone, Essere maschi. Tra potere e libertà, Rosenberg&Sellier, Torino 2009.

[9]          Se il discorso e la pratica patriarcale sono il “normale”, il serio, l’ovvio e il consueto modo del potere costituito, l’antisessismo non ha altra pratica discorsiva e performativa che l’ironia; la quale svelando la consustanziale ambiguità di quella (supposta) normalità patriarcale ne mina – al di là di beffe e attacchi sarcastici – la dispotica e tronfia sicurezza in ogni aspetto della vita sociale e privata. Svelare le ambiguità del potere maschile eterosessuale, privarne di certezze la gerarchia sociale, smascherare a quali condizioni sussiste il patriarcato è un compito politico evidentemente di natura ironica.

[10]          Dal vocabolario Treccani: «parola invetata da Rabelais per indicare coloro che non sanno ridere e prendono tutto maledettamente sul serio».

[11]        F. Castelli, Non chiamatele rivoluzioni. Spazi urbani e nuove forme della politica, http://www.doppiozero.com/materiali/rivolte/non-chiamatele-rivoluzioni .

[12]        La prima volta che mi fu attribuito questo termine – non lo scelsi io – lo fece una femminista di lunga militanza, esperta in comunicazione e media, che tra il serio e il faceto così mi apostrofò in pubblico. Non riuscii allora, e non riesco neanche adesso, a resistere al fascino di questa definizione, che per quanto abbastanza odiosa perché di provenienza militare, rende bene e semplicemente una storia di difficoltà politiche e personali difficilmente riassumibili in altre metafore.

[13]        M. Kundera, Sessantaquattro parole, in Id., L’arte del romanzo, Milano, Adeplhi, 1988, p. 186.

[14]        R. Braidotti, La differenza che abbiamo attraversato, in Donne si diventa, a cura di Eleonora Missana, Milano, Feltrinelli 2014, p.141 (orig. pubblicato in Nuovi soggetti nomadi, a cura di Anna Maria Crispino, Roma, Luca Sossella editore 2002, pp.107-124).

[15]        Ivi, p.143.

[16]        Ci riferiamo a b. hooks (il minuscolo è un suo desiderio), Elogio del margine, a cura di Maria Nadotti, Milano, Feltrinelli 1998, p.74: «Io sono nel margine. Faccio una distinzione precisa tra marginalità imposta da strutture oppressive e marginalità eletta a luogo di resistenza – spazio di possibilità e apertura radicale. […] La nostra trasformazione, individuale e collettiva, avviene attraverso la costruzione di uno spazio creativo radicale, capace di affermare e sostenere la nostra soggettività, di assegnarci una posizione nuova da cui poter articolare il nostro senso del mondo». Al di là di facili “puzzle” di citazioni, queste sono parole adattabili – o sulle quali lavorare per un adattamento – alla realtà dell’antisessismo maschile.

[17]        T. de Lauretis, Soggetti eccentrici, Milano, Feltrinelli 1999, p.47.

[18]        Cfr. L. Penny, Of course all men don’t hate women. But all men must know they benefit from sexism, «The New Statesman», 16.8.2013, trad. Maria G. Di Rienzo all’indirizzo https://lunanuvola.wordpress.com/2013/08/18/il-muro-dellostilita/.

[19]        Per le abitudini linguistiche sessiste e la loro facilità d’uso cfr. G. Priulla, Parole tossiche. Cronache di ordinario sessismo, Cagli, Settenove, 2014. Sui modelli di virilità che fin dalla nascita condizionano la crescita dei maschi, cfr. S. Ciccone, Essere maschi… cit., in part. il cap.3, Virilità e culture identitarie.

[20]        Ad es., eliminare dal proprio lessico insulti sessisti (“puttana” e simili o derivati); non interrompere una donna mentre parla (sembra strano doverselo imporre, ma questa è l’abitudine tra i parlanti); non fare “battute” sull’aspetto di una donna per manifestarne le capacità – o le incapacità – in attività che non c’entrano col suo aspetto. Eliminare queste tre ovvie banalità sessiste tra i parlanti maschi sembra, per ora, un’utopia.

[21]        Ho personalmente creato, nei mesi scorsi, uno di questi gruppi, raccogliendo uomini di diverse età, orientamento sessuale, percorsi di mascolinità. Non si tratta di un’attività istituzionalizzata in una struttura accademica o associativa. È per ora qualcosa che sta svolgendosi tra un gruppo di uomini più o meno già impegnati nell’antisessismo, negli studi di genere, nell’interrogarsi e nella volontà di riflettere pubblicamente su tutti gli aspetti della messa in questione del patriarcato, al fine di costruire un piccolo polo per confrontarsi e scambiarsi materiale ed esperienze. I risultati, per ora – è un parere del tutto personale, ne convengo – in termini di appagamento e crescita personale sono ben superiori a qualsiasi altra forma di aggregazione politica (partitica ed extrapartitica) che mi è capitato di fare.

[22]        Il breve ma denso saggio di L. Lipperini, L’ho uccisa perché l’amavo. Falso!, Roma-Bari, Laterza, 2013, affronta anche questo argomento con dovizia di particolari e numeri.

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2 risposte a “La costruzione di una possibilità: disertare il patriarcato

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