Stereotipi e pregiudizi sul femminile

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Quello che segue è un capitolo di un testo – “Amore, ascolto, accoglienza. Le risorse del femminile in ognuno di noi” – pubblicato dall’associazione “Il valore del femminile”, presentato a Roma l’8/5/2015.

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Definizioni e premesse: stereotipi, pregiudizi, luoghi comuni

Noi nasciamo “nel” linguaggio, e impariamo ad usarlo non come uno strumento, ma come un comportamento sempre più abituale man mano che, crescendo, ne facciamo esperienza. Lo usiamo prima per le sue proprietà ‘magiche’ ed evocative, poi per quelle ostensive, nominali, poi ancora espressive e infine mnemoniche e temporali. Il linguaggio è quindi uno dei comportamenti espressivi tra quelli disponibili – c’è anche la gestualità, per esempio – perciò risente dell’ambiente e della cultura nella quale cresciamo e con la quale impariamo a rapportarci con gli altri, esattamente come tutti gli altri comportamenti espressivi.

Il sessismo è la discriminazione tra gli esseri umani basata sul genere sessuale; è una forma di razzismo. Si manifesta come presunta superiorità o presunto maggior valore di un genere o di un sesso rispetto agli altri, come l’avversione verso un sesso o un genere in quanto tale, o l’attitudine a giudicare moralmente in base a stereotipi, pregiudizi, luoghi comuni relativi al genere o al sesso, attribuendo qualità (positive o negative) in base al genere o al sesso.

Come “linguaggio sessista” si definiscono parole, espressioni, atti linguistici che manifestano sessismo e che quindi esercitano in varie forme la violenza sessista. Distinguiamo anche piani diversi del discorso, espressioni e comportamenti linguistici diversi, ma dobbiamo ricordare che nella realtà essi si presentano insieme, contemporaneamente, confusamente. Usiamo delle semplificazioni per poterne parlare, ma i fenomeni linguistici sono molto complessi e profondamente radicati nel nostro stare al mondo; per cui riconoscere e poi modificare le proprie abitudini linguistiche può essere assimilato a qualcosa di rivoluzionario e scioccante.

Per quale motivo esiste il sessismo è una domanda forse retorica, ma tentare una risposta non è affatto ridondante o pleonastico. Esso – come ogni altro razzismo – è uno strumento di potere politico e sociale, di quel patriarcato che mette le donne, e comunque ogni altro genere diverso dall’uomo eterosessuale, in un gradino inferiore al proprio. Attraverso la costruzione sociale della “virilità”, comunemente intesa, il sessismo permette di controllare le libertà personali e forme più “morbide” di esercizio del potere, come il paternalismo. Quindi il sessismo divide il corpo sociale in ruoli definiti e di facile comprensione (sesso forte, sesso debole, gli esclusi) e consente di giustificare socialmente il rancore degli uomini verso le libertà degli altri generi, come se attentassero a suoi diritti naturali e dati per scontati.

Possiamo dunque definire uno stereotipo come un gruppo di nozioni semplificate e largamente condivise su un luogo, un oggetto, un avvenimento o un gruppo riconoscibile di persone accomunate da certe caratteristiche o qualità, vere o presunte. E’ un’astrazione, uno schema di giudizio, un modello che può avere diversi valori; tende a essere sostituito più che cambiare, e spesso raccoglie l’opinione che un gruppo sociale ha di un altro. Gli esempi tipicamente sessisti sono “la checca”, la ragazza in minigonna, il trans/drag queen, la bella e incompetente, l’uomo che non piange, donna irrazionale e l’uomo freddo e calcolatore, e molti altri.

Un luogo comune è invece una formula linguistica la cui diffusione, ricorrenza o familiarità ne determinano l’ovvietà o l’immediata riconoscibilità – e le attribuiscono autorevolezza. La diffusione di un luogo comune non è necessariamente omogenea nella popolazione: può infatti essere limitata a gruppi in base a culture, interessi, professioni, orientamenti politici. Gli esempi sessisti più noti sono spesso proverbi o modi di dire, come “donne e motori, gioie e dolori”, o “donne e buoi dei paesi tuoi”; le espressioni “che c’hai il ciclo?”, “ma sei isterica oggi!”, rivolte a una donna che protesta o si agita; “meglio [qualità negativa] che frocio”, “le donne dicono no per dire sì”, “l’uomo è cacciatore” e numerosissimi, forse infiniti altri.

Riconoscere il linguaggio sessista e discriminate nel linguaggio naturale presenta alcune difficoltà. Il linguaggio naturale è una stratificazione di diversi linguaggi, e noi ci muoviamo tra questi linguaggi con competenze diverse; le evidenze studiate scientificamente sono sempre astrazioni da verificare sul campo. Quest’ultimo però è anche il vantaggio di lavorare con il linguaggio naturale: non si discutono astratti modelli ma esperienze.

Più in generale, come detto, il sessismo è una forma di razzismo che discrimina persone o gruppi a seconda del loro sesso, del loro genere, delle loro abitudini sessuali, veri o presunti che siano; e definiamo come discriminante anche qualunque forma definitoria riguardo il genere (nominazione, pregiudizio, stereotipo, luogo comune…) che non sia esplicitamente accettato dal ricevente. Probabilmente, com’è prassi recente, è più giusto parlare di sessismi, al plurale, perché le discriminazioni riguardo il genere sessuale possono essere attuate in tanti modi e verso gruppi diversi. Pensando al ruolo che hanno i media, di cui parleremo largamente più avanti, si può discriminare, ad esempio – volontariamente o meno – sia chi viene descritto in un articolo, sia chi lo legge; e si può discriminare sia attraverso la scelta di alcune parole, sia scegliendo la posizione o il modo di presentare le informazioni all’interno di un giornale.

Storicamente il sessismo più usato e accertato dalla tradizione sociale è quello che colpisce le donne, considerate praticamente da sempre dalla cultura occidentale come “costola di Adamo”, tanto per usare proprio una fortunata immagine letteraria della tradizione religiosa che ben rappresenta come e da quando esiste una considerazione non paritaria della donna. Considerando che le conquiste politiche e sociali degli ultimi decenni non posso avere la velocità di diffusione culturale necessaria per scalzare secoli di cultura maschilista – non necessariamente violenta, ma che certamente fa da sfondo alla violenza sulle donne, di qualunque tipo – il lavoro verso una reale parità culturale e sociale tra uomini e donne è ancora molto da fare e da portare avanti. Quello che è in gioco, è importante ribadirlo, non è solo a vantaggio delle donne, ma della libertà di relazione di tutti. Neanche gli uomini eterosessuali, costretti ad aderire al modello patriarcale, sono liberi di scegliere il loro modo di relazionarsi agli altri generi, anche se il prezzo del loro assoggettamento al potere patriarcale è ben ripagato da molti vantaggi sociali. Ne parleremo a lungo.

Il linguaggio naturale: insulti, modi di dire, i proverbi

Il linguaggio naturale, quotidiano, consueto, si sente spesso dire che è uno “specchio” della società e dei suoi usi e costumi. Anche questa, però, è una metafora fuorviante: il linguaggio non è solo il riflesso delle abitudini sociali, ma è anche in grado di cambiarle, distorcerle, farle conoscere, e soprattutto è ciò che ci introduce a esse condizionando fortemente il nostro modo di vivere nella società. Questa pacifica acquisizione di varie discipline non solo strettamente linguistiche va sempre ricordata, perché di fronte a gravi emergenze sociali nelle quali e per le quali il ruolo del linguaggio è primario, la banalità “il linguaggio è solo uno specchio” viene usata per banalizzare e spostare l’analisi scientifica delle questioni altrove.

Schematicamente e senza pretesa di esaustività, va sempre tenuto presente che il linguaggio naturale è, contemporaneamente: lo strumento con il quale nominiamo il mondo, i suoi oggetti e i suoi soggetti, le nostre emozioni, sentimenti e sensazioni, e quelle altrui; l’ambiente nel quale conosciamo per la maggior parte tutto ciò, che ci viene dato linguisticamente, non potendo conoscere tutto tramite l’esperienza diretta; il mezzo con il quale comunichiamo quello che riguarda la nostra vita e i nostri interessi, la nostra volontà e le nostre necessità, i nostri desideri, sogni e aspettative. Ridurre i fenomeni linguistici a uno “specchio” della realtà è quantomeno fortemente riduttivo, anche perché rimarrebbe da spiegare come questa realtà possa darsi a prescindere dal linguaggio.

Se possiamo immaginare un grado zero del sessismo abitualmente usato nel linguaggio naturale in ambito privato, ossia nelle situazioni amichevoli, confidenziali, di coppia, in un ambiente informale, esso è certamente quel vasto campionario di forme che vanno sotto il generico nome di insulti, o turpiloquio. Ancorché usati amichevolmente come motti canzonatori, gli insulti sessisti sottendono un pensiero universalmente diviso, come per essenze, in “buoni” e “cattivi”, valori positivi e negativi, moralisticamente divisi per natura in maniera eterna e insindacabile.

La più diffusa di queste espressioni insultanti è certamente “puttana”, alla quale si collegano le pressoché infinite serie di sinonimi e varianti locali e regionali, tutte le derivazioni più o meno ammesse anche in un linguaggio ritenuto non volgare (come il verbo “sputtanare”). Già la banale osservazione che il supporto corrispettivo maschile sia gigolò evidenzia una disparità sociale consolidata nella prassi linguistica. Un banale esempio con l’uso che se ne fa nel traffico dovrebbe illuminare sulla pesante eredità sessista di questa parola. La donna che al volante commette una (anche solo supposta) infrazione o manovra pericolosa viene etichettata con questo termine o suoi sinonimi o parafrasi, che alludono pesantemente e deliberatamente alla sua condotta sessuale. Stranamente, l’uomo che commette le stesse irregolarità è invece apostrofato come figlio di… oppure cornuto – cioè marito o compagno di una… – cosa che farebbe supporre la quasi totalità degli incidenti stradali come conseguenze della sregolata vita sessuale delle donne.

Sempre al sesso alludono due frequenti modi, è il caso di ribadire non solo giovanili, con i quali si etichetta la persona, i suoi atteggiamenti, le sue espressioni, nel caso in cui non risultino improntate a una normalità e regolarità eterosessuale consolidata dalla tradizione o dal senso comune più triviale. Frocio e lesbica sono, insieme anche in questo caso a sinonimi e varianti in numero considerevole, innanzi tutto la discriminazione sessista verso il “diverso” – e non importa né se né quanto lo sia davvero, basta anche un capo d’abbigliamento insolito, una parola troppo gentile, un modo di fare non aggressivo e può scattare l’insulto. Allo stesso modo, non essere una donna che si mostra disponibile, accondiscendente, o semplicemente che nel vestire non segue uno standard conclamato di femminilità, può dare adito a commenti pesanti e sessisti sulle proprie abitudini sessuali. Il fatto che molti tendano a sdrammatizzare questi comportamenti tirando in ballo concetti del tutto fuori luogo quali ironia, scherzi o “è solo una battuta”, fingono a bella posta o per ignoranza di sapere che i comportamenti sociali più discriminati o addirittura violenti trovano in quell’ambigua “ironia” il terreno migliore su cui svilupparsi. Non esistono comportamenti sociali neutri, o privi di conseguenze per gli altri.

Per questo vanno considerati parte del linguaggio sessista, e proprio perché molto comuni e diffusi, tutta una serie di espressioni e di luoghi comuni generalmente considerati complimenti, che invece portano con sé molta ambiguità e una notevole carica discriminante. Pensiamo per esempio alla facilità con cui uomini e donne continuano a pensare di rendere omaggio o comunque esprimersi positivamente verso qualcuna chiamandola figa (al centro e al sud anche fica): il meccanismo retorico, anche se molto comune, di chiamare un tutto con una sua parte (metonimia) andrebbe abbandonato una volta che ci si rende conto di usare “quella” parte del corpo per identificare qualcuno – il più delle volte, una donna. A riprova della solita disparità di genere tipica di un linguaggio che ha assorbito i valori più tipici del patriarcato, nessuno si sognerebbe di fare un complimento a un uomo chiamandolo come si appellano i suoi genitali. Anzi, tipicamente dare del coglione a qualcuno non è certo il modo per aumentarne l’autostima; mentre moltissime donne, al contrario, si fanno un problema cruciale della loro possibilità di apparire più figa possibile. Chi ha reso un valore sociale condivisibile il sesso delle donne come proprio strumento di compiacimento? Evidentemente, quel genere che detiene abbastanza potere da imporlo come standard: l’uomo eterosessuale.

Non a caso si viene abituati fin a piccoli a rendere la discriminazione sessista vigente in termini linguistici, crescendo con la consapevolezza – spesso riportata sia dal contesto familiare che dalla scuola – per cui esistono “ cose da maschi” e “cose da femmine”, discorsi prettamente maschili e discorsi esclusivamente femminili. Questa abitudine a non parlare abitualmente tra generi diversi proprio di ciò che culturalmente è stato imposto come diverso, porta al risultato paradossale di un numero sempre maggiore di adolescenti pieni di convinzioni assurde ed errate sul sesso opposto – ma con un linguaggio infarcito di pregiudizi ed espressioni sessiste. I luoghi comuni sul carattere femminile, sul ciclo mestruale come origine di ogni sbalzo d’umore, sulla virilità da testare in continuazione, sulla dimostrazione di essere propriamente “uomini” e “donne” socialmente accettabili sono la prassi ordinaria per molti ragazzi e ragazze che poi saranno uomini e donne. E queste false credenze, questi depositi di sessismi a disposizione dei parlanti vanno a disegnare la più abusata, trita ed erronea delle metafore, l’orribile “guerra tra i sessi” che si spende chiacchierando per commentare il più efferato dei femminicidi come la più banale delle discussioni d’amore.

Ricordando sempre che a decidere del significato delle parole sono l’uso che si fa di loro e il contesto nel quale si proferiscono, il senso comune sulle donne, e quindi di riflesso sugli uomini, com’è socialmente costruito, trova una esemplificazione tradizionale nei proverbi. «Moglie e buoi dei paesi tuoi» riesce a essere, in sei parole, razzista sessista e specista, probabilmente un record irraggiungibile; su «donna al volante pericolo costante» abbiamo sostanzialmente già detto sopra; «la donna è come l’onda, se non ti sostiene ti affonda» la dice lunga su cosa ci si aspetta socialmente dal genere femminile; «lacrime di donna, fontana di malizia» chiarisce l’aspettativa condivisa sulle emozioni e i desideri femminili; «donna ridarella, o santa o puttanella» non dovrebbe necessitare di spiegazioni; «donne, asini e noci vogliono mani atroci» basta a spiegare la costante giustificazione sociale della violenza sulle donne; e si potrebbe continuare per pagine e pagine, pensando alle lunghe tradizioni locali e di altri paesi. Tanto non sarebbe comunque possibile esaurire la saggezza popolare riguardo le presunte malefatte femminili, dato che «le donne ne sanno una più del diavolo».

Comportamenti, ambienti, situazioni sessiste

Esistono comportamenti o situazioni codificate in ruoli stereotipati e convenzionali che risultano particolarmente capaci di veicolare linguaggi ed espressioni sessiste. Un esempio molto calzante, e tipico della società italiana, è il colloquio di lavoro. È per le giovani donne ormai abituale sentirsi fare domande, da parte di un possibile datore di lavoro o di una agenzia, riguardo l’intenzione di avere figli o semplicemente sposarsi. Ricordiamo che in alcuni paesi occidentali fare di queste domande discriminanti, in sede di colloquio di lavoro, è reato. Qui invece, stando a statistiche e ricerche ormai consolidate, è prassi comune e spesso l’inizio di una vita lavorativa, per le donne, fatta di continui abusi, allusioni, molestie; non fa più notizia ormai la “scoperta” di un’offerta di lavoro pubblicata su quotidiano o su un sito specializzato nel quale è palesemente richiesta, tra le varie caratteristiche delle candidate, la disponibilità sessuale o anche precise taglie e misure di seno, gambe, fianchi.

Un’altra tipica situazione sociale nella quale emergono con forza stereotipi e luoghi comuni sessisti è, verrebbe da dire ovviamente, la fase di ‘“approccio” tra un uomo e una donna, nella quale uno dei due intende manifestare interesse sessuale o affettivo per l’altro. La ricerca di un iniziale terreno comune di discussione moltissime volte spinge gli interlocutori ad aderire al minimo senso comune disponibile tra sconosciuti, ovvero appunto quella sorta di cultura di base socialmente condivisa riguardo i sessi e le loro caratteristiche. L’insieme di quelle conoscenze accumulabili sotto l’etichetta di “le donne sono così” come anche “gli uomini sono così” è un ero deposito di sessismi, discriminazioni e falsità riguardo le caratteristiche dei generi; se poi a questo ci si aggiunge una spinta all’’esibizione della propria “mascolinità” tipica della situazione, l’adesione a facili quanto poco pensati stereotipi sessisti è sostanzialmente inevitabile.

A quello stesso deposito di sessismi tradizionalmente consolidati fanno spesso appello quel tipo di situazioni nelle quali più uomini si ritrovano a fare un discorso maschile in gruppo, anche se in presenza di persone di sesso femminile. Sia in un luogo predestinato all’esclusivo uso maschile, come potrebbe essere lo spogliatoio di una palestra, sia luoghi misti dove però è facile aggregarsi divisi tra uomini e donne, capita molto spesso che logiche di gruppo, per non di re di branco, abbiano la meglio. Sia il discorso che il lessico vengono spinti in zone dove gli appartenenti ai generi più diffusi – uomini e donne eterosessuali – possano facilmente riconoscersi. In questo caso come nel precedente pseudo conoscenze condensate in luoghi comuni terribili come “l’uomo è cacciatore” sono assunte come verità inoppugnabili, e che non vi si adegua può facilmente essere oggetto di dileggio e battute discriminanti. È appena il caso di notare, ad esempio, il fatto che malgrado in Italia la storia del femminismo sia sconosciuta ai più, dato che non è né oggetto d’interesse nei programmi scolastici né tantomeno dai media generalisti, un numero considerevole di persone pensa di sapere cosa sia una femminista, e in quali valori crede. Tipicamente, la femminista è ormai uno stereotipo di donna che trascura il suo modo di presentarsi in maniera volutamente antifemminile, è disinteressata o apertamente ostile a una vita sessuale, odia o comunque critica qualunque uomo in quanto uomo, è cronicamente affetta da nervosismo e intolleranza, e altre sciocchezze maschiliste. Quale logica, quale cultura è capace di sostenere, resistendo a decenni di realtà contrarie, uno stereotipo del genere se non quelle di un patriarcato inossidabile e ben saldo al potere, nei rapporti sociali? Che nei fatti tutto ciò sia smentito, e comunque molto più complesso e sfaccettato rispetto a una tale assunzione di banalità, sembra non contare nulla.

Tra le abitudini sessiste ormai oggetto di numerosi studi empirici che ne comprovano la diffusione ci sono due atteggiamenti assai frequenti nello scambio verbale tra uomini e donne. È molto più spesso l’uomo a interrompere il discorso di una donna, anticipandone le conclusioni o fermandone il ragionamento con la pretesa di aver capito; ed è ancora frequente la credenza, usata spesso nelle occasioni sociali, che si possa intendere il “no” proferito da una donna come fosse un “sì”.

Si tratta di due comportamenti usati perlopiù in modo inconsapevole dagli uomini, che però non per questo possono avallarli credendoli innati o innocui. La sistematica interruzione dell’interlocutore è ovviamente un atteggiamento che dimostra una presunta superiorità, esattamente come l’anticiparne le conclusioni; e lo smaccato sopruso della volontà altrui espresso dall’intendere il suo diniego come una condiscendenza è semplicemente intollerabile tra rapporti che si vogliono civili. Eppure entrambi questi atteggiamenti smaccatamente sessisti resistono a qualunque forma di critica espressa, e sono ancora molto diffusi e accettati nella prassi della comunicazione.

La casistica degli ambienti di comunicazione è sterminata e certo non può esaurirsi qui. Possiamo però ricordare che come parte di una comunità di parlanti noi nasciamo nei linguaggi, immersi in una rete di comunicazioni di molti tipi diversi, e che quella che supponiamo essere una “normalità” della prassi comunicativa è comunque una costruzione sociale come le altre. Il sessismo – come ogni altro razzismo – è già nell’ambiente in cui nasciamo, nostro malgrado, e regola come ogni altro elemento il corso del nostro parlare e del nostro agire, e delle nostre relazioni. Ricordiamo ancora con sgomento lo striscione di alcuni studenti in protesta contro la lettura pubblica, nel loro istituto, di un romanzo che racconta di omosessualità: «maschi selvatici non checche isteriche». Cinque parole usate in maniera abbastanza inconsapevole, dato il luogo e lo scopo, ma che fanno molto male lo stesso a numerose persone così ingiustamente discriminate. La strada per la costruzione di una “normalità” non violenta è ancora lunga.

Media e pubblicità

Esistono anche dei luoghi – intesi come contenitori di linguaggi ed espressioni – che si distinguono spesso per il loro sessismo, sia nei contenuti che nella struttura: i giornali sia cartacei che nelle edizioni online, con espressioni e articoli sessisti, negazionisti del femminicidio, collaborazionisti del patriarcato, ghetti rosa; la televisione con programmi sessisti, es. “Come mi vorrei” e simili); il web, nel quale è facile trovare flame sessisti nei social network, forum maschilisti, e simili espressioni di sistematica discriminazione sessista sovente legata a specifici personaggi pubblici – basti pensare a cosa solleva mediaticamente praticamente qualunque espressione pubblica di Laura Boldrini.

Il ruolo dei giornali e dei giornalisti nella formazione della pubblica opinione è fondamentale, e nessuno vuole disconoscere né questo compito né questa responsabilità. Giornali e giornalisti sono anche aziende lavoratori/professionisti, quindi operano in un contesto permeato da sensibilità politiche, gerarchie, poteri, disparità di trattamenti, opportunismi. E cultura, locale e nazionale. Quasi necessariamente essi riportano, in vari modi, anche ciò che compiace la cultura in cui operano. La cultura patriarcale è sessista: i giornali e i giornalisti producono e veicolano sessismo. Va ricordato però che non stiamo parlando solo di donne. Gli stereotipi e i luoghi comuni sessisti riguardano sempre entrambi i sessi: a una “certa idea” di donna ne corrisponde una di uomo. I casi da esaminare sarebbero moltissimi, tenendo conto che molta informazione sessista passa anche per rubriche e spazi apparentemente innocui come gli articoli “scientifici”.

Una legge, la 442 del 5 agosto 1981, ha abrogato il delitto d’onore (art. 587 c.p.) così come era concepito tradizionalmente, giustificando l’onore maschile e la sua “giusta” vendetta. Malgrado ciò, da allora l’espressione “delitto passionale” ha ricoperto sostanzialmente lo stesso spazio semantico. Il riferimento alla passione non è una descrizione: è un giudizio, ed è un giudizio attenuante, perché fa riferimento a uno stato mentale alterato del (presunto) colpevole. Il sessismo qui deriva dalle conseguenze della definizione: chi ne ha alterato lo stato mentale? L’articolo di giornale che presenta un omicidio come passionale risulta così essere assolutorio, prima di investigatori, giudici, processo. Assolutoria allo stesso modo è lo stereotipo del “bravo ragazzo” usato sovente per la maggioranza degli articoli di cronaca relativi a fatti di sangue, aggressioni, stupri, subiti da donne. Essi descrivono il (presunto) colpevole come una persona normale con abitudini normali. Come nel caso precedente, le illazioni sulla “normalità” del (presunto) colpevole sono giudizi di merito che non spettano al giornalista. L’insistere sulla normalità pone l’accento sul carattere occasionale o inspiegabile del delitto o del reato commesso. Di nuovo, s’insinua una possibile spiegazione attenuante per il colpevole: non è dipeso da lui. Allora è colpa della vittima? O di forze naturali e inarrestabili?

Probabilmente sì, dato che non è difficile vedere nei titoli riguardo le notizie di violenze di genere il nome “raptus”. Il raptus è un improvviso impulso di forte intensità che può portare ad uno stato ansioso e/o alla momentanea perdita della capacità di intendere e di volere. Usare questa parola nella cronaca è un’altra locuzione assolutoria: elimina la premeditazione, la lucidità, la ferma intenzione di fare del male del (presunto) colpevole. Non è compito del giornalista. L’uso di questa – come di altre – espressioni è più grave se usata nei titoli, che spesso vengono letti come “riassunto” dell’articolo. A ciò si aggiunge spesso un’errata descrizione del ruolo della vittima. La donna è molto spesso identificata con il suo ruolo o un suo attributo: lei è la moglie, la compagna, “la brasiliana”, la segretaria, la ragazza, la ballerina, la “ex”. In questo modo si insinua che la sua attività o il suo status hanno avuto un ruolo nel fatto raccontato. Ruolo che non può essere altro che di corresponsabilità in quanto è capitato.

Esattamente come per il “raptus”, l’articolo e spesso il titolo sono pieni di allusioni allo stato mentale alterato del (presunto) colpevole, attenuandone la responsabilità. In più, malgrado i numeri ormai allarmanti, si tratta sempre di “un episodio”, mai un fenomeno che si ripete. E’ chiaro che se ogni femminicidio o stupro o violenza di genere viene descritto come un “delitto passionale succeduto a un raptus di follia di un bravo ragazzo”, è impossibile comprendere tutti questi atti violenti come facenti parte di un fenomeno sociale più complesso e non occasionale. D’altra parte, qualunque uomo dovrebbe rifiutare ciò che consegue da questa visione non complessiva del fenomeno: cioè che ogni uomo è un potenziale assassino. Va cambiato il modo di parlare della violenza di genere.

Questi meccanismi linguistici e retorici sono la manifestazione della presenza culturale di un numero enorme di pregiudizi e luoghi comuni sui ruoli sociali di ciascun genere. Sono come la parte emersa di un iceberg di sessismi. Che l’uomo non possa stare per un certo tempo senza fare sesso, altrimenti sta male; che la donna dica no per dire sì; che esistano luoghi (es. discoteche) nei quali la sola presenza indica la propria disponibilità sessuale incondizionata; che una donna debba sempre gradire un complimento sul suo aspetto fisico, altrimenti ha qualcosa che non va; queste, come altre, sono tutte costruzioni culturali sessiste.

Un numero impressionante di articoli di giornale che descrivono femminicidi, stupri e altre forme di aggressione di genere assumono come inevitabile la corresponsabilità della donna. Lasciare un uomo per un altro; andarsene di casa, decidere o minacciare di lasciare il compagno; vestirsi con tacchi, minigonna, scollature; negare un appuntamento, un bacio, sottrarsi a un abbraccio; sono raccontati come ciò che ha “scatenato il raptus”. Ma non sono provocazioni, sono libertà. Descriverle come provocazioni significa credere a uno schema sessista di possesso.

Anche il modo di proporre le notizie e le informazioni può essere veicolo di discriminazione. Ho chiamato il “ghetto rosa” lo spazio nel quale trovano posto gli articoli pensati e scritti per il pubblico femminile, generalmente contraddistinti da un colore particolare e da una segnalazione grafica apposita. In questi spazi – e solo in questi – compaiono spesso interessanti articoli che affrontano questioni di genere. Ma posizionati lì, nessun uomo li leggerà mai. Pensare che le questioni di genere, il femminismo, l’antisessismo, riguardino solo le donne, è sessismo.

La versione online dei quotidiani ha ovviamente una diversa disposizione spaziale delle notizie rispetto al cartaceo, e ha meccanismi di marketing e di raccolta pubblicitaria diversi. Uno degli scopi da raggiungere è raccogliere i clic dei navigatori del web, e minuti di lettura per le pagine del sito. Il metodo notoriamente più semplice è usare il corpo delle donne, una merce che vende e fa vendere. Generalmente, la colonna a destra dei siti dei quotidiani è dedicata al gossip, a gallerie fotografiche piccanti, a “curiosità” raramente non impersonate da donne in bikini o simili. Questo significa giudicare i propri lettori come dei maschi costantemente eccitati, e usare corpi femminili come esche. Questo è sessismo.

Vale la pena, a questo proposito, citare parte dell’articolo che Peter Gomez, il 25 giugno 2012, ha dedicato proprio alla prima uscita dello spazio Donne di Fatto. L’articolo si intitolava Rifondare l’Italia. Partendo dalle donne:

Per quanto ci riguarda possiamo, comunque, fare una cosa sola. Impegnarci con i lettori e le lettrici a tenere alta l’attenzione contro tutte le discriminazioni di genere. A fornire più informazioni e a raccontare storie (di ogni tipo) anche con un punto di vista femminile. Per questo (ma non solo) nasce oggi la nuova sezione Donne di Fatto, ideata e scritta (in grande maggioranza) da colleghe. Nel corso di questi mesi ci siamo infatti resi conto che una sezione di questo tipo era necessaria per obbligare la redazione ad occuparsi con costanza di temi che per conformismo (ma non solo) spesso finivamo per ignorare. Donne di Fatto sarà così per noi una sorta di legge che alla lunga, speriamo, finirà per cambiare molte nostre convinzioni e modi di intendere questo mestiere. E, forse, alla fine ci renderà migliori.

Le acrobazie retoriche con le quali Gomez prova a divincolarsi tra sessismi di ogni tipo sono imbarazzanti. Ma non solo in occasioni come questa gli stessi professionisti del settore si rivolgono ai lettori in maniera inquietante, riguardo le questioni di genere. Su “Il Giorno”, in data 11 settembre 2013, compare Uccide la moglie a coltellate e ferisce gravemente l’amante, articolo dove compaiono frasi come queste, che non sono virgolettate:

L’uomo va su tutte le furie e medita vendetta. Ma come? Lui si sacrifica, sta lontano dalla famiglia, manda a casa i soldi necessari per vivere e quando torna, trova sua moglie con un altro?

Alle proteste di una lettrice, il giornalista si difende negando ogni addebito. Peccato che anche la sua comica difesa dimostri che di problemi di genere non sa assolutamente nulla:

Non esalto assolutamente il femminicidio, me ne guardi e scampi il cielo! In ogni caso il marito tradito non se l’è presa solo con la moglie, ma anche con l’amante.

Altri giornalisti, più o meno noti, producono articoli negazionisti del femminicidio e di altri fenomeni legati alla cultura sessista producendo statistiche. Uno dei problemi che riguardano le questioni di genere in Italia è proprio che, non essendo i reati “di genere” ancora ufficialmente riconosciuti come tali, non si dispone di statistiche ufficiali. Le cifre attendibili sono a tutt’oggi tenute da blogger e associazioni di volontari che esaminano le fonti più varie con serietà e competenza. Qualunque articolo di giornale usi statistiche ISTAT o di qualche ministero non confrontate con dati internazionali o con quelli di chi si occupa del fenomeno sul territorio è in malafede – e i loro estensori rispondono a chi protesta che “quelli sono i dati ufficiali”. Ed è una falsità.

Tutto questo non dipende certo dal sesso di chi scrive. Nell’articolo Ribellatevi alla prima violenza. Dopo è sempre troppo tardi, comparso su “F” il 4 settembre 2013, in una lettera alla direttrice una donna racconta la sua vita coniugale (30 anni) fatta di botte, soprusi, violenze varie anche alla figlia. Purtroppo, racconta anche di non aver trovato aiuto nelle strutture pubbliche né presso la magistratura. La direttrice, per tutta risposta, se la prende con lei, con la sua incapacità di reagire ai primi segnali, con la sua volontaria reclusione in una situazione ora difficile da dimostrare e comprovare. Tutti quelli che lavorano nelle questioni di genere sanno che le vittime di violenza non vanno mai colpevolizzate. Tutti, a quanto pare, a parte chi dirige settimanali femminili, anche se dichiarano che «da quando siamo nate non facciamo che combattere la battaglia contro la violenza maschile».

Eppure esistono organizzazioni internazionali del giornalismo, come l’IJF, che hanno diramato da tempo delle raccomandazioni ufficiali per l’informazione sulla violenza contro le donne. Leggiamone qualcuna:

Usare un linguaggio esatto e libero da pregiudizi. L’eccesso di dettagli rischia di far precipitare il reportage nel sensazionalismo. Così come l’assenza di dettagli rischia di ridurre o banalizzare la gravità della situazione.

Evitare di colpevolizzare in qualche modo la persona sopravvissuta alla violenza o di far intendere che è responsabile degli atti di violenza subiti.

Le persone colpite da questo genere di trauma non sempre desiderano venir definite “vittime”.

Utilizzare l’opinione di esperti come quelli dei centri antiviolenza.

Raccontare la vicenda per intero: spesso i media isolano degli incidenti specifici e si concentrano sul loro aspetto tragico.

L’uso di statistiche e informazioni sull’ambito sociale permette di collocare la violenza nel proprio contesto. I lettori e gli spettatori hanno bisogno di una informazione su larga scala.

Quelli che seguono sono invece titoli apparsi in quotidiani di rilievo nazionale nelle rispettive sezioni scientifiche. Inutile dire che, a una indagine minimamente approfondita, la loro base scientifica è apparsa risibile:

SE DONNA GUADAGNA DI PIÙ, UOMO VA VERSO VIAGRA

SPERMA, ANTIDEPRESSIVO NATURALE PER LE DONNE

L’ENDOMETRIOSI RENDE LA DONNA PIÙ ATTRAENTE

A COSA SERVE L’ORGASMO FEMMINILE? “RICOMPENSA” PER IL RAPPORTO

CASALINGHE, IL MESTIERE GIUSTO PER PROTEGGERSI DAL CANCRO AL SENO

Compresente a questi sessismi, sui media sia tradizionali che digitali, è la pubblicità. Al sessismo nella pubblicità sono ormai dedicate pubblicazioni, ricerche, siti di cittadinanza attiva impegnata su questo argomento. Il riferimento professionale, in questo campo, è senz’altro Annamaria Testa, che è anche impegnata da molti anni contro il sessismo nella pubblicità. Secondo lei

la pubblicità vale molto nel promuovere modelli condivisi. E le aree di miglioramento riguardano proprio la varietà dei modelli pubblicitari proposti: varietà dei ruoli, varietà anagrafica, varietà dei tipi fisici. Per esempio: non possiamo vietare che vengano mostrate donne sorridenti con la zuppiera e lo spazzolone, o in posizione gregaria. Possiamo però chiedere alle aziende – e questo per fortuna sta già succedendo – che a lavorare in casa ci siano anche uomini, e che “il capo” sia più spesso una donna. Negli spot è difficile trovare donne oltre i 50 anni, a meno che non abbiano in mano un flacone di candeggina o un adesivo per dentiere. Come se oltre i 50 le donne non comprassero più abiti, automobili, scarpe, surgelati e non andassero in banca… ma è Cermes-Bocconi a dirci che queste donne sono il 27% del totale, che spendono, e sanno farlo bene. Qui l’area di miglioramento è molto, molto ampia. Nei nostri spot è difficile vedere donne basse, alte, sovrappeso, con gli occhiali… ripensate alle immagini che avete visto poco fa. Non esistono rughe, capelli bianchi, facce arrabbiate o preoccupate o buffe o strane. Del resto non si vedono neanche normali cucine in disordine. Scarseggiano perfino i normali uomini bassi, calvi, barbuti, anziani o con la pancia o bruttini. Anche qui c’è un’ampia area di miglioramento, e una recente serie di spot internazionali ci ha mostrato quanta bellezza, quanta emozione e quanto rispetto c’è nella verità e nella varietà.

Il campionario delle pubblicità e delle campagne sessiste è enorme. E’ sufficiente digitare “pubblicità sessista” in Google Immagini per venire sommersi dal numero e dalla varietà degli esempi. Per fortuna sono moltissime anche le azioni civili di contrasto a questo fenomeno: rimane il fatto che a tutt’oggi l’idea che ci si fa della donna media, attraverso le pubblicità, è piuttosto deludente e sconcertante.

Limiteremo a qualche caso emblematico la nostra esposizione qui: quello dei cartelloni.

La cartellonistica stradale ha un enorme impatto pubblicitario, è uno degli strumenti pubblicitari col miglior rendimento; i luoghi più remunerativi (zone trafficate, spazi ampi, incroci inevitabili) sono molto ambiti dalle agenzie. I messaggi devono essere di grande impatto visivo e con degli slogan rapidi da leggere. Il sessismo si presta molto bene a questo uso: fa leva su pregiudizi/luoghi comuni, è inteso dal grande pubblico, è facilmente codificabile, suscita interesse. La tecnica più semplice ed efficace è il “doppio senso”, perché unisce nello stesso messaggio due obiettivi, quello da indicare e quello da memorizzare; perché fa ridere, si fa ricordare (unione col sentimento piacevole); perché è spendibile in altri contesti (il lettore lo riusa facilmente).

Gli esempi sono molti: “Se tua moglie è fissata con le corna, portala a vedere il Toro” (campagna abbonamenti per la squadra di calcio del Torino); “La diamo a tutti” (Regione Abruzzo per l’ADSL); “Tariffe bollenti per hostess piccanti” (Ryanair); “I ham” (prosciutto = gluteo femminile, azienda Ghirardi Onesto); “Fatti la cubana” (birra Tìmina). Le raccolte online sono sterminate. Dice a questo proposito Massimo Guastini, presidente dell’Art Directors Club Italiano (Adci), coordinatore della recente indagine “Come la pubblicità racconta gli italiani” condotta insieme a Nielsen Italia e al Dipar­ti­mento di Filo­so­fia e Comu­ni­ca­zione dell’Università di Bolo­gna.

Le donne “disponibili sessualmente” sono, per la pubblicità italiana, 22 volte più frequenti degli uomini con lo stesso tipo di disposizione. Questa disparità, nel desiderio sessuale narrato dalla pubblicità, rispecchia davvero la realtà?

Le donne “disponibili sessualmente” e le “preorgasmiche” sono complessivamente 42 volte più frequenti delle donne sportive. Per lo meno stando alla narrazione che la pubblicità fa della donna. Non c’è ovviamente nulla di male in nessuna delle due categorie. E non c’è davvero nulla di male nel preferire il sesso allo sport. Ma la domanda da porsi, anche in questo caso, è: otteniamo un dato analogo nella narrazione dell’uomo italiano? La risposta è “no”. Il maschio che pratica sport è sette volte più frequente di quello disponibile a un rapporto sessuale.

Su 100 campagne che rappresentano la donna, quante ne offrono un’immagine basata essenzialmente su fisicità e atteggiamenti seduttivi? Quanti milioni di euro vengono spesi in un mese per rappresentare questa immagine della donna? Quale immagine dell’uomo viene narrata con più frequenza e con quali investimenti?

Cosa fare contro il sessismo dei pregiudizi e dei luoghi comuni

Cominciamo col dire che la critica al sessismo sui quotidiani non è rivolta né al giornalista autore di un articolo (è un esempio), né all’astratta classe dei giornalisti (che non esiste). Il potere patriarcale in azione nel lessico, nello stereotipo, nel luogo comune sessista è una delle forze con le quali opera, più o meno consapevolmente, il giornalismo. Per fortuna, ce ne sono altre. La proposta dei media dovrebbe essere: il giornalismo non deve veicolare la violenza di cui parla. Se adopera linguaggi e schemi sessisti, purtroppo se ne rende complice. La disparità di vantaggi degli uomini eterosessuali nei riguardi degli altri generi è inaccettabile anche per loro. Quindi si potrebbe, senza grande sforzo, cominciare con l’osservare i suggerimenti IFJ, evitare luoghi comuni e stereotipi, che già si evitano per tanti altri argomenti e situazioni nella pratica giornalistica, diffondere queste pratiche ai colleghi.

«Man look at women. Women watch themselves being looked at»; gli uomini guardano le donne, le donne si vedono osservate. Così John Berger in Ways of seeing nel 1972. La costruzione della propria mascolinità, della virilità, dell’adesione al patriarcato ha un prezzo sociale altissimo. Il sessismo è veicolato dal linguaggio ma è efficace in molti altri luoghi.

Si può, e si deve, educarsi al rispetto per le questioni di genere, modificare il proprio linguaggio, modificare le proprie abitudini, non nascondere in pubblico la propria contrarietà, la propria preoccupazione, i propri sospetti, fare contro-comunicazione a tutti i livelli possibili (blog, mail bombing…) perché in rete le parole rimangono molto più che nella chiacchiera quotidiana.

Il primo passo è: riconoscere il sessismo che è in noi, nelle nostre parole, nelle nostre abitudini, nei nostri concetti e visioni del mondo. L’antisessismo non espresso non esiste. Fermiamo le conversazioni, o andiamocene; coinvolgiamo altre persone, parliamone; mettiamo alla prova i nostri amici; scriviamo ai media, apriamo blog e diffondiamo sui social; esprimiamo anche l’apprezzamento per le buone pratiche. Il sessismo è un fenomeno sociale e culturale, che riguarda le masse – quindi è anche politico. Pensare di combattere da soli il linguaggio sessista è semplicemente assurdo.

Il linguaggio sessista basa molta della sua efficacia su tecniche e figure retoriche molto note, appositamente usate per veicolare discriminazione di genere. Il riconoscimento di questi dispositivi retorici è il primo passo per poter accorgersi e criticare un uso sessista del linguaggio. Il lavoro sul linguaggio va opportunamente calibrato per gli interlocutori, ma è possibile fare qualcosa con bambini/e, ragazzi/e, uomini e donne di ogni età. Fondamentale è sempre presentare il lavoro sul linguaggio sessista non come una “materia”, non spendibile fuori dalla scuola, ma come un’abitudine da imparare per usarla quotidianamente.

Stereotipi e luoghi comuni sono conoscenza cristallizzata. La conoscenza si rifiuta, si respinge, si supera con un’azione critica, che ne metta in luce le condizioni di possibilità e ne evidenzi la possibile falsificabilità. Quando l’azione critica si diffonde pubblicamente, diviene azione politica.

Il lavoro necessario per sviluppare la sensibilità utile a riconoscere il linguaggio sessista è innanzi tutto un duro lavoro su se stessi: sul proprio linguaggio, sul linguaggio ricevuto e ascoltato. Ma è anche un lavoro di squadra: con gli amici, con la rete politica, con i contatti. Per rendere inefficace la carica di violenza presente nel linguaggio sessista è necessario raggiungere un livello di consapevolezza riassumibile in questa formula: lottare contro l’abitudine.

I sessismi sono facilmente veicolati da tre famigerate “i”: indifferenza (mancanza d’interesse), ignoranza (mancanza di conoscenza), insensibilità (mancanza di percezione, di empatia). Lo strumento più semplice per evitarle è il dialogo. Il linguaggio sessista diventa una forza politica apparentemente insuperabile se non ci si oppone con la fantasia, non si vive il proprio desiderio, non si scelgono altri simboli. Fantasia, desiderio e simboli sono forze costruttive che possono realmente “resistere” – e sono infatti le più politicamente osteggiate. I pregiudizi e gli stereotipi sulle donne fondano la loro efficacia su dicotomie ritenute ovvie, naturali, scontate: Virilità / Femminilità, Privato / Pubblico, Normale / Anormale, Dovere / Piacere, Sentimenti / Sessualità, Morale / Immorale. Questa efficacia svanisce usando questi concetti nella loro realtà di costruzioni sociali.

Costruzioni che non esistono al di fuori di un patriarcato che è la loro condizione di possibilità. I singoli esempi di linguaggio sessista – come i singoli esempi di potere patriarcale – vanno compresi come elementi di un sistema. Sistema che si alimenta nel tempo grazie al ripetersi di educazioni al sessismo. Il sessismo veicolato dal linguaggio usa le persone come un mezzo e non come un fine. Opporsi al linguaggio sessista (e in genere al sessismo) significa anche opporsi al valore simbolico delle espressioni e non alle persone che veicolano quelle espressioni, la cui consapevolezza è sostanzialmente ininfluente.

Bibliografia e sitografia

La bibliografia – testi, siti, materiale audio e video – sulle questioni di genere, sul rapporto tra linguaggio e corpo, è sterminata. Il linguaggio sessista si affronta e si decostruisce facilmente con lo studio del femminismo, della storia dei generi, delle realtà di altri paesi, delle altre esperienze di lotta. Quello che segue è solo qualche suggerimento tra i tanti possibili, e che sono stati necessari per il nostro discorso.

Libri:

Stefano Ciccone, Essere maschi, Rosenberg & Sellier.
Loredana Lipperini, Michela Murgia, L’ho uccisa perché l’amavo. Falso!, Laterza.
Eleonora Missana (a cura di), Donne si diventa. Antologia del pensiero femminista, Feltrinelli.
Graziella Priulla, Parole tossiche, Settenove.
Annamaria Testa, La parola immaginata, Il Saggiatore.
Chiara Volpato, Psicosociologia del maschilismo, Laterza.
Lorella Zanardo, Senza chiedere il permesso, Feltrinelli.

Siti web:

giovannacosenza.wordpress.com (Giovanna Cosenza)
ilcorpodelledonne.net (Lorella Zanardo)
intersezioni.noblogs.prg (sito antisessista)
lorenzogasparrini.noblogs.org (aggregatore dell’autore)
narrazionidifferenti.altervista.org (sito antisessista)
noino.org (campagna di comunicazione contro la violenza di genere)
nuovoeutile.it (Annamaria Testa)
softrevolutionzine.org (sito antisessista)

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3 risposte a “Stereotipi e pregiudizi sul femminile

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