Esperienza e fotografia – Berlino. Ombre e luci viste da fuori

Berlino_copertina

Questo testo è l’introduzione al libro di Cristiano Corsini, Berlino. Ombre e luci viste da fuori, Homolegens, 2013.

Ma non è forse vero che ogni punto delle nostre città
è il luogo di un delitto?
Che ogni passante è un delinquente?
E il fotografo – successore degli àuguri e degli aruspici –
con le sue immagini
non è forse chiamato a rivelare la colpa e indicare il colpevole?
(
Walter Benjamin, 1931)

C’è una città in Europa che è stata a lungo capitale di un grande impero, prima di decadere e di essere saccheggiata e quasi del tutto distrutta dai suoi vendicativi nemici. Quella città porta ancora i segni di un passato glorioso, in forma di rovine e monumenti visitati da migliaia di turisti ogni anno, ed è ricordata in tutto il mondo per le sue decadenze e le sue fioriture, il suoi traumi storici, per essere stata luogo di divisioni e lotte sanguinose. Centro di diffusione culturale ed artistica, è ovunque nominata come una capitale di idee, di arte, di cultura e di storia, come pochissime città al mondo. È una di quelle città nelle quali gran parte degli abitanti del mondo occidentale sentono di “dover” andare, almeno una volta nella vita. È una città divisa tra due squadre di calcio: una gioca in azzurro, l’altra in rosso.

Quella città è Berlino.

L’inganno della fotografia nasce dalle stesse certezze che ci aiutano a camminare un passo dopo l’altro, ad afferrare le cose con la mano, ad esplorare un nostro cassetto senza paura, ad anticipare la fine di una frase. La fotografia dice continuamente che le cose stanno così, confidando più nella nostra immaginazione che nella sua capacità raffigurativa. A sorreggere le nostre certezze è ormai uso comune apporre una didascalia, che – se non bastassero le immagini – ci dice con la sua pacata autorità il nome di ciò che vediamo.

Accostare parole e fotografie è però, prima di tutto, molto ipocrita. Si finge a bella posta che le parole possano in qualche modo dire qualcosa delle immagini, mentre in realtà possono solo dimostrare tutta la loro impotenza simulando un’abilità chirurgica. La parola nomina i luoghi, elenca i colori e le sfumature di luce, riassume i dati tecnici, informa del momento preciso, narra antefatti, racconta la storia del soggetto. Mere illusioni di completezza che non aggiungono nulla a ciò che la fotografia non dice ma mostra ineffabilmente. Il libro di fotografie è dunque un ossimoro fatto materia, uno scherzo oggettivato, a meno che non prenda onestamente la strada di parlare d’altro rispetto alle immagini che riproduce.

Nella manìa inquietante e invadente del turista fotografo che immortala il sempre uguale – ovverosia, la sua presenza identica a tutte le altre nel medesimo luogo “da vedere” per tutti – si ritrova un ancestrale bisogno di sicurezza che esorcizza l’essere altrove e lontano. L’appropriazione indebita del luogo comune che fa il turista fotografo è simile in tutto e per tutto alla formula linguistica svuotata di senso che ripete, ad esempio, la sparizione delle mezze stagioni. Parole che hanno solo il valore meccanico della loro sonorità, come immagini che ribadiscono solo che in quel luogo, una volta, a qualcuno è successo qualcosa.

Quello che troverete scritto qui su Berlino non lo troverete altrove. Frutto di ricerche e di letture non digitali, queste parole non sono nate altrove, né riprodotte altrove in mille e mille copie da luoghi lontani. Allo stesso modo, le immagini di Berlino che troverete qui non sono immagini di Berlino, ma sono Berlino, nella misura in cui l’immagine non dice nulla ma mostra tutto il possibile del suo soggetto. Tanto quelle parole parlano di una città e di cose successe ma che non sono state riportate altrove in tante riproduzioni digitali, altrettanto quelle immagini non hanno la minima possibilità di mostrare Berlino così com’è – al massimo possono tentare di esserlo, mostrando ciò che comunque nessuna parola può dire.

L’unica convergenza non insensata che parole e fotografie possono tentare è quella dell’esperienza, che le une cercano di dire e le altre di mostrare. L’esperienza può essere appresa indirettamente da quelle parole e da quelle immagini che tentino obliquamente – di sfuggita, per caso, alludendo senza indicare – di scavalcare i propri limiti. Il tutto alla conquista di una indescrivibile atmosfera: quella delle disposizioni affettive sentite nello stare lì a Berlino; quella che fa di Berlino quella città che si racconta facendo stare il suo ospite così.

Nessuno si sognerebbe di sostituire una esperienza vista a una esperienza vissuta – questa è la promessa ingannatrice della pornografia. Se la fotografia non vuole ridursi a scambiare il visto col vissuto, deve proporsi il compito di aumentare le capacità immaginarie di chi la guarda, affinché il visto possa arricchire il vissuto di ulteriori possibilità. Non nel senso della pornografia – che asseconda il desiderio di una esperienza anestetizzata che non ponga difficoltà di comprensione né di presenza – ma nel senso della meraviglia che continui a colpire pure chi conosce già quel luogo, chi ha già visto quel monumento, chi ha già percorso quelle strade e quelle piazze. Le quali, nella fotografia, si stenterà a riconoscere o non si riconosceranno affatto, pur sapendone il nome e sapendoci arrivare; come nel romanzo ci lasciamo ancora sorprendere dalla storia sempre uguale di un uomo e una donna, eppure torniamo a leggerla come se non ne avessimo lette mai, come se non ne avessimo vissute mai.

Se la scommessa del fotografo avrà successo, allora la fotografia non sarà più la sterile assicurazione di uno stato di cose, ma la fertile apertura a una possibile esperienza. Se ci sarà riuscito, il fotografo saprà mettere le mani nelle viscere di ciò che ha davanti a sé e raccontare ciò che ancora ignoriamo, illuminandoci sulle forze ancora latenti eppure presenti. Sarà possibile, ad esempio, immaginare cosa si prova a essere a Berlino, cosa vuol dire stare a Berlino, cosa significa essere Berlino. O immaginare che quella possa essere un’altra città.

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