Rischiare e riflettere

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Questo testo è scritto per Fabrizio Bisegna, fotografo.

Quando si ha l’occasione di riflettere su un’immagine, non va mai persa l’occasione per riflettere anche un po’ su se stessi. Per quanto opache o colorate, le immagini – quadri, manifesti, fotografie, fotogrammi, display accesi – riflettono anche e sempre qualcosa che appartiene all’osservatore. Pensare a un’immagine è sempre anche un pensare a sé; nell’immagine qualcosa che non possiamo vedere di noi è riflessa, sempre – gli specchi non sono che una fortunata e superficiale occasione privilegiata e ingannevole. Tutte le immagini riflettono, anche, e ci permettono di riflettere.

La mia posizione, di fronte alle fotografie di Fabrizio Bisegna, è insieme antica e sempre nuova. E’ la posizione di chi da sempre studia la natura e i problemi delle immagini, ma che non sa nulla di tecnica fotografica. E’ quel “farewell, so close” tante volte cantato, quella “apparizione di una lontananza, per quanto possa essere vicina” (Benjamin) che evidentemente è la posizione inevitabile di fronte a un’immagine. Una volta stampata – dipinta, disegnata, creata, digitalizzata – essa è separata da noi e, anche se ci appiccichiamo il naso alla ricerca del più minuto particolare, con le spalle al muro l’immagine continuerà a mostrare e a mostrarci.

Fabrizio è principalmente un fotografo di musica live. Il suo lavoro è all’incrocio tra due tempi completamente diversi. Arriva con la sua attrezzatura, scelta, completa, preparata, pronta e studia il luogo, il palco, lo spazio, la disposizione di tutti gli elementi ancora fermi, ancora spenti. La sua è una metodica accurata; prepara trappole, esche, tranelli, per catturare qualcosa che ancora non sa, non conosce. Infatti ogni sera il concerto sarà diverso, la band si muoverà in un altro modo, gli spettatori reagiranno nelle maniere più diverse; e allora tutta quella preparazione apparirà forse ridicola, forse necessaria come unica sicurezza davanti allo spettacolo dell’imprevedibilità.

Impugna – lui vivo, teso, pronto – una macchina fotografica – meccanica, elettronica, fredda, rapida nell’esecuzione e nella decisione delegata – e coglie qualcosa nel “live” che ha di fronte. Ci ritornano immagini di musica dal vivo. E possiamo immaginare qualcosa di più contraddittorio? Il prodotto di questa fatica, lungamente minuziosamente preparata per essere spesa in un concerto, è qualcosa di fermo, immobile, muto: una immagine. La domanda più ovvia che l’inesperto osservatore come me si pone è: dov’è la musica?

La risposta dell’incallito estetologo – che sono sempre io – è: nella luce e nel buio. Il vibrato, il legato, il riff, il rullante, l’acuto, e tutto quello che musica non è ma è comunque “concerto” – la fatica, la gioia, la concentrazione, la liberazione, l’energia, il controllo – sono diventati miscela di luce e buio fissati in un istante. Istante che una volta era soprattutto per l’orecchio e il corpo, e ora è solo per l’occhio e la mente. Sarà ancora possibile rifare il perscorso inverso? Sarà ancora possibile tornare da ciò vediamo a ciò che una volta è stato sentito? Questa è la scommessa del fotografo di concerti, questa è la scommessa di Fabrizio Bisegna.

Le sue immagini sono quindi, per forza di cose, mai viste prima. Incontro fortuito e fortunoso di due tempi assolutamente altri, miscela di due contrari – luce e buio – noi non sapremmo pensare qualcosa di più originale, di più unico, di più non ancora conosciuto. Eppure il nostro inconsapevolmente esperto occhio di spettatori occidentali ha già visto immagini come queste: sono quelle di Francis Bacon. Là un pittore deformava – a colpi di spugna, si dice – i volti e i corpi per cercare di strapparli al buio, al piatto, al nulla di una superficie affinché mostrassero altro da loro “significato” visibile. Qui troviamo un occhio, un piede, un volto quasi un corpo, che emergono dal buio e da casuali tagli impietosi di luce per significare qualcosa che è andato altrove, quella musica che pure si deve sentire ancora; con altri organi, in altri tempi, ma è ancora là, da qualche parte.

In questi inevitabili frammenti, tranci, parti, pezzi, sezioni, metà, rimane appiccicato con una materialità certamente non fotografica – ma questa sì tutta baconiana – ciò che è stato “live”. Come sia possibile non lo sappiamo, né forse lo si potrà mai sapere. Se sopra accennavamo alla scommessa di questo lavoro fotografico, il risultato artistico fa virare il nostro lessico su una più responsabile parola che è: rischio. Più responsabile perché meno aleatorio della scommessa, il rischio è esteticamente ciò che da sempre connota l’immagine che vuole dire qualcosa in più di quello che “semplicemente” rappresenta. Se le fotografie di Fabrizio Bisegna ci riescono, è perché lui si assume eticamente un compito estetico, che sta nel portare in immagine ciò che per un momento, altrove, allora, non è stato immagine ma “live”, “dal vivo”.

La stima per chi si assume un rischio non la si misura certo dai risultati ottenuti, ma dalla difficoltà del tentativo. Non è il caso di lesinare apprezzamenti per chi osa il passaggio di esperienze vissute tra sensi diversi, e alle volte, addirittura, ci riesce.

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