Le parole fanno male

vladina

[foto di Daniela Vladimirova]

Perché gli insulti e gli stereotipi?

Oggetto della mia ricerca sono gli insulti sessisti, quali particolari espressioni linguistiche che sono anche vere e proprie azioni[1]. L’insulto interessa l’ambito del comportamento insieme e quello linguistico, e per questo può essere studiato come un mezzo con il quale si trasmette la violenza sessista; in analogia, ad esempio, all’insulto razzista.

L’insulto è anche interessante per la rapida velocità di propagazione che in genere ha tra i parlanti, in quanto espressione tipica ad esempio dei dialetti, dei gerghi dei gruppi sociali; è anche molto presente nelle piccole cerimonie iniziatiche o in alcune formule di saluto o di interiezione che, perso nel tempo il loro valore di offesa, suonano come un riconoscimento reciproco, o un rafforzamento di altre espressioni. Tipicamente, l’insulto è usato proprio per identificare come non superficiale un rapporto tra persone nel caso in cui quei parlanti lo usino reciprocamente non nel suo significato immediato, quanto proprio per mostrare anche linguisticamente il grado di confidenza raggiunto. Per questa loro duttilità, gli insulti sono anche strumenti di riconoscimento, di appartenenza, laddove una volta perduto – o una volta che si sia deciso di comune accordo di evitare – il loro senso principale, funzionano come facilitatori della comunicazione, soprattutto della parte più emotiva e privata dello scambio linguistico.

In questo, a mio parere, è il loro grado di pericolosità: quando dall’ambito strettamente privato si passa a uno pubblico, grazie all’uso di un media, l’insulto “confidenziale” viene accettato abbassando la soglia di attenzione al significato gestuale dell’insulto stesso, ed accettandolo, come detto, come strumento di identificazione, confidenza, appartenenza. Penso ad esempio ai tanti programmi radiofonici destinati a un pubblico giovane, o particolarmente cool, per il quale la trasgressione nei comportamenti che ne caratterizza la rappresentazione sociale è di necessità trasformata, radiofonicamente, nell’uso di un linguaggio pieno di insulti volutamente – direi quasi artatamente – adoperati più come connotazioni sociali che per il loro vero significato. Un esempio: Lo zoo di 105[2]. Questo uso di un linguaggio insultante appositamente adoperato per creare identificazione con i fruitori (lettori o ascoltatori) è adoperato anche nella carta stampata, come capita sempre più spesso di leggere negli articoli de Il Giornale oppure Libero[3].

Lo stereotipo – continuando con le definizioni preliminari – lo intendiamo come quella espressione linguistica che ha assunto la funzione di schema, di luogo comune nel quale si è cristallizzato l’insulto in una figura sociale, in un ruolo, in un modello visibile, replicabile, trasmissibile in più modi linguistici. Se l’insulto sessista è l’espressione linguistica con valore discriminante in base al genere, che qualifica in modo non paritario (peggiore o inferiore) l’appartenente a un genere rispetto agli altri generi, lo stereotipo sessista è quel luogo comune, quella visione superficiale e condivisa riguardo un ruolo sociale – associato a un particolare genere – che ne banalizza le caratteristiche, esprimendo una concezione sessista di quella figura, gruppo, realtà sociale quale che sia.

Lo stereotipo quindi è la condensazione, nel tempo e nell’uso, di una serie di caratteristiche insultanti che si conformano come un complesso di definizioni, comportamenti, pregiudizi e pratiche che si veicolano rapidamente “compattate” in un’unica unità di senso. Un esempio molto facile e – spero – chiarificatore è la differenza di connotazione tra omosessuale e checca: mentre il primo termine sembra quasi privo di connotato, tanto è usato in maniera volutamente neutra e non offensiva, checca è ormai ben più che in insulto sessista, dato che porta con sé una connotazione fatta di comportamenti, toni di voce, modo di vestirsi, gestualità, emotività tale che, appunto, è capace di trasmettere quasi un’intera storia – insultante – di genere invece che un solo significato; seppure una storia distorta e distorcente come sono tutti i luoghi comuni.

 

Caso 1: “gnocca”

Da molto tempo è ormai nell’uso comune la parola gnocca, la cui storia già lunga è cominciata prima che un nostro presidente del consiglio pensasse bene di lanciarla pubblicamente in uno dei suoi allegri motti di spirito[4]. Da allora la parola è stata sdoganata – malgrado fosse da tempo patrimonio comune dei parlanti soprattutto in alcune regioni d’Italia – ed è di comune uso su tutti i giornali, radio, tranquillamente usata come una delle tante parole possibili.

Ci dice il vocabolario Treccani[5] che gnocca sta per “1. Organo sessuale femminile. 2. estens. Ragazza bella e vistosa”. E’ data come voce volg., ed è anche “femm. improprio di gnocco”. Insomma, un sostanziale errore e pure volgare.

Rimane il fatto che, come accade spesso, il suo uso è molto diverso da quello che può registrare un vocabolario. Nell’uso comune la parola è sì usata estensivamente per indicare una ragazza conforme allo standard mediamente accettato di bellezza vistosa e procacità sessuale, ma non è intesa né come errore grammaticale né come volgarità. Passi per l’errore – uno più uno meno – ma sulla volgarità vorrei soffermarmi, perché credo non sia intesa nel modo più corretto.

Gnocca è un evidente insulto sessista. È così che viene chiamato il genere femminile attraverso una figura retorica, la sineddoche, per la quale con il nome di una parte si vuole indicare il tutto; e la parte scelta è l’organo sessuale, indicato con una similitudine. Il problema è che al maschile la similitudine rimane, ma la sineddoche non sta a indicare un “complimento” alla procacità, è anzi un insulto personale. Gnocco, gnoccolone è un individuo (maschio) stupido e ingenuo; e allo stesso modo, attraverso una sineddoche con i genitali maschili, nessuno si sognerebbe di fare un complimento a un uomo apostrofandolo coglione, minchia o minchione, o testa di cazzo. Invece gnocca passa per un complimento, un modo simpaticamente irriverente per dire a una donna che è molto attraente e conforme allo standard vigente di appetibilità sessuale – standard deciso in grandissima parte dal pubblico maschile, ovviamente.

Gnocca è l’ennesimo uso linguistico che seziona il corpo femminile per darne un (volgare) giudizio sulla loro appetibilità sessuale. Da sempre gli uomini linguisticamente esprimono quel tipo di giudizio con una sineddoche (“guarda che fica!”, “che culo!”, “che belle tette!”, e così via) riducendo l’essenziale di un corpo di donna agli attributi sessuali, mentre il contrario non s’è mai sentito: nessuna donna si sognerebbe, incrociando un uomo che l’attira sessualmente, di pensare o dire a voce alta “che bel cazzo!” – può succedere che pensi o dica “che bel culo!”, ma data la sua breve storia questa espressione è un evidente calco maschilista.

Il sessismo, occorre ricordarlo, è trasversale al pensiero e al genere, non è che le donne ne siano geneticamente immuni in quanto donne. La parola gnocca non è patrimonio esclusivo dei maschi, né dei sessisti. Ma bisogna ricordarsi che il linguaggio preesiste alle vite di ciascuno, e che non si può giustificare il proprio uso delle parole con le proprie intenzioni o i propri desideri. Non esiste un “linguaggio privato”, nessuno può arrogarsi il diritto di “intendere” in maniera diversa dall’uso e dall’etimo le parole. Nell’interesse generale di innalzare il livello di consapevolezza riguardo alcuni problemi tra generi, l’uso sconsiderato di un linguaggio sessista è uno di questi problemi, e dato che non esprimiamo i nostri pensieri altrimenti che nel linguaggio – assimilandolo come ogni altra abitudine del nostro corpo – il problema ci coinvolge interamente, non solo con la nostra “mente” o con le nostre “parole”, ma anche con il resto del nostro corpo. Altrimenti, il sessismo dal linguaggio si potrebbe eliminare con una pratica igienica di eliminazione di lemmi ed espressioni riconosciute come sessiste. Purtroppo però non è certo questa la soluzione.

L’uso positivo, educato e ammissibile di termini come questo rafforza altri stereotipi, eliminando la presenza di altre espressioni non sessiste. Nei fatti gnocca sta passando per un termine polite per dire “fregna”, “sorca”, e altre volgarità sottintese. Un altro recente esempio di questo uso è stato diffuso dai giornali[6] che hanno riportato l’esistenza di un blog sessista, Hot chicks of Occupy Wall Street[7]: il nome viene tradotto con gnocche tra rispettose virgolette nel titolo, e con un ipocrita Le ragazze sexy di Occupy Wall Street nell’articolo. Chiunque sappia parlare inglese (americano) sa che quell’espressione è piuttosto pesante e affatto politically correct, dato che proprio nel mondo anglosassone si fa molta attenzione a questi aspetti del linguaggio. “Hot chicks” andrebbe tradotto con “belle fiche” e qualunque altro sinonimo volgare/regionale di questo tenore, perché questo è quello che è: un’espressione volgare (e sessista). Gnocca l’abbiamo già sentita usare in popolari programmi radiofonici, l’abbiamo letta sui giornali, la troviamo sui vocabolari; tutto ciò non cambia la sua natura.

Come non credo sarà mai possibile intendere “piuttosto che” come una congiunzione, oppure sostituire il congiuntivo con l’indicativo, allo stesso modo non credo che un’espressione sessista sia da considerare innocua solo perché è entrata da tempo nell’uso linguistico della maggioranza dei parlanti con un significato meno violento. Il linguaggio si modifica nel tempo con l’azione dei parlanti, ovviamente, che sono coloro che mantengono viva la lingua: ma tra essi sarà bene che rimangano, come in tanti altri aspetti della vita civile e sociale, quelli che resistono, resistono, resistono. Non usare espressioni sessiste non impoverisce il linguaggio, né limita l’espressione dei propri pensieri. Direi che invece ne libera molti di più.

 

Caso 2: “sputtanare”

Lo scrivere e il leggere il web rende le notizie così rapidamente obsolete che chi di solito si informa in rete non legge più i giornali o non guarda più i telegiornali per informarsi: lo fa per ricordarsi di cose già sapute o per la curiosità di capire cosa verrà eliminato da media molto più controllati ed esternamente pilotati rispetto al web.

Purtroppo questa velocità digestiva delle notizie impedisce un utilissimo esercizio: la riflessione sul linguaggio con cui sono date quelle notizie. Questo perché, nel fermare l’attenzione sulla notizia in sé, si pensa che anche la riflessioni sulla comunicazione della notizia, sul suo linguaggio, sia già obsoleta.

Fermarsi a riflettere è indubbiamente faticoso e dispendioso, perché è un’attività molto diversa dalla semplice lettura e che richiede non la velocità e l’abilità del surfista, ma – tanto per rimanere nella metafora marina tanto cara alla rete – la pazienza e la cura del dragamine. Perché molte parole, proprio come delle mine, rimangono lì, sul fondo, e solo quando ci siamo passati sopra fanno sentire la loro carica. Ma ormai è tardi.

Una di queste parole s’è presa la prima pagina di un giornale[8] il 21 settembre scorso, e come succede spesso in questi casi, la parola s’è diffusa viralmente da un uso colloquiale ad altri ambiti meno confidenziali od occasionali: com’è facile controllare per esempio attraverso un motore di ricerca sul web, quella parola sta vivendo un vero boom.

Quella parola è: sputtanare. Il Lotti[9] ci dice che il significato è

privare della dignità, della reputazione, della credibilità; assolutamente indegno di stima o considerazione. Il termine vale letteralmente ‘reso (s- intensivo-durativo) come puttana’, esposto, cioè, additato al pubblico disonore.

Il verbo derivato da puttana è molto più liberamente usato della voce che lo ha generato, come se ne fosse attenuata la volgarità, la non adeguatezza a tutti i contesti; e l’aggiunta della s intensiva, durativa e la trasformazione in verbo ha rafforzato il contenuto sessista e moraleggiante dell’etimo originale – espandendone l’uso oltre i confini del genere di riferimento.

Quindi sputtanare è un insulto sessista, derivato da un altro insulto sessista. Malgrado in questo caso sia evidente che i sinonimi e le parafrasi non sessiste abbondano – ecco qui un elenco pieno di sfumature diverse da utilizzare: additare a ludibrio, calpestare, calunniare, denigrare, dequalificare, diffamare, dir male di, discreditare, disonorare, infamare, mettere in piazza, parlar male di, rovinare, sbugiardare, screditare, smascherare, smentire, squalificare, svergognare, svilire, vilipendere – mi sembra evidente che chi sceglie quella parola invece di altre possibilità voglia appositamente usare (e quindi trasmettere) il suo connotato peculiare rispetto ai possibili sinonimi: quello sessista, legato all’idea di moralità che la puttana corrompe senza possibilità di redenzione.

Chi utilizza quella parola – come chiunque utilizza un linguaggio sessista – commette e perpetua quindi una violenza. Come abbiamo detto sopra, usare il linguaggio è un’azione, un gesto come tutti gli altri: una volta commessa una violenza, non servono a niente ipocrite scuse come “l’ho detto per scherzo” o “volevo dire che”, dato che ci sono sicuramente altri modi di dire le cose senza ferire nessuno degli appartenenti a un determinato genere. Viene spontaneo da chiedersi perché sia tanto difficile comprendere che dire sputtanato significa insultare indirettamente ma apertamente tutte le donne (cioè a più di mezza umanità) mentre è facile immaginare che a dire negro o terrone si offenda non solo qualcuno ma anche l’essere umano in generale.

Probabilmente – ci si perdoni la momentanea digressione extralinguistica – è questione di cultura: tutti ricordiamo le battaglie civili per la lotta contro il razzismo, come tutti ricordiamo che i pregiudizi razziali in Italia riguardano anche il luogo di nascita all’interno del nostro stesso paese. Invece di una cultura antisessista non parla nessuno; eppure da anni questo paese, proprio per questo motivo, viene continuamente screditato, per esempio dagli organismi internazionali delegati a produrre il rapporto ONU CEDAW[10].

Caso tre: “delitto passionale”

La parola passione suscita in genere sempre sensazioni positive. Siamo da anni immersi in un fiume di passione: le passioni sono consolidate – la musica, il buon cibo, l’arte, la lettura, il calcio, il lavoro – oppure nuove: cosa c’è di più entusiasmante di farsi prendere da una passione “per” qualcosa di appena scoperto? Succede spesso di descriversi attraverso le passioni: “Ah, io ho la passione del…” e ci raccontiamo così. E chi non ne ha una, di passione? E chi non si stente vicino a chi “ha la stessa mia passione per…”?

La storia della parola però non è tanto allegra. Passione, lo sappiamo, viene da patire; il suo etimo racconta di sofferenze, dolori, di una sensazione anche positiva ma talmente forte e intensa da avvicinarsi al dolore, alla fame, alla febbre. Tanto può essere forte, questa passione, che il suo aggettivo, “passionale“, è spesso accostato a un’altra parola decisamente e sicuramente negativa e funesta: “delitto”.

Cosa s’intende con l’espressione delitto passionale? L’espressione ha preso il posto sui media della dicitura tecnica “delitto d’onore”, espunta dal codice nel 1981; ma esiste ancora come attenuante. Non c’interessa però qui la definizione di legge; chi ci lavora, con la legge, ha il compito difficile e sgradevole di determinare con precisione le circostanze del delitto, e in particolare lo stato emotivo di chi l’ha commesso. Queste parole, sui giornali, sul web, vengono però accostate quasi sempre confondendo la spiegazione/descrizione delle circostanze con la giustificazione/valutazione di quanto accaduto in chiave sessista stereotipata.

E’ il linguaggio che presenta ciò che accaduto che dovrebbe permettere di distinguere tra la spiegazione di un evento e la sua giustificazione. La prima tenta di legare insieme i fatti con una causalità oggettiva; la seconda manifesta il grado e il modo di accettazione culturale di quei fatti – soprattutto quando sono presentati non da una persona che li racconta privatamente ma da un media che ne dà notizia al pubblico. E’ comprensibile a quale spiegazione vuole riferirsi il riferimento alla passione, ma non ho mai capito il motivo per cui questa dovrebbe sempre giustificare una condotta omicida. Dico “sempre giustificare” perché la presenza della passione è costante e considerata un’attenuante dell’azione omicida – dalla legge – e dell’efferatezza dell’omicidio – per l’opinione pubblica.

Basta leggere le notizie di cronaca con un minimo di attenzione per accorgersi che la premeditazione è la regola, e la passione l’eccezione[11]. Eppure la dicitura delitto passionale continua ad essere usata sui media nella stragrande maggioranza dei casi, ed è passata nell’uso a definire tutti i delitti nei quali c’è un movente riconducibile a un rapporto affettivo e/o sessuale tra i protagonisti, anche occasionale. Quindi quello che secondo la legge va rigorosamente (per quanto possibile) determinato ai fini di un giusto giudizio, sui media viene liquidato come già giudicato, in quanto passionale, creando un pericoloso stereotipo sessista.

Insisto: che la legislazione abbia bisogno di distinzioni, di categorie, di classificazioni, nessuno lo mette in dubbio. Il fatto è che quando, nella divulgazione (banalizzazione?) di numerosi fatti di cronaca – e non delle complicate battaglie legali che ne seguono – si fa uso di alcuni termini come delitto passionale, si compie una operazione culturale molto ambigua, molto affine alla giustificazione del colpevole e alla colpevolizzazione della vittima. E’ stata proposta, per molti di questi casi, la parola femminicidio[12], e credo che sia una soluzione adeguata; soprattutto per salvaguardare l’onestà della comunicazione dei fatti accaduti.

Sempre che si voglia ancora chiamare le cose col loro nome, non sembra corretto né associare una passione politica o sportiva a una cultura che accorda ai fatti di sangue una comprensione particolare, perché compiuti in preda a una passione; né mi pare corretto riferire a una situazione di scarsa lucidità mentale ancora da accertare la notizia stessa del fatto di sangue, che così trova già, presso l’opinione pubblica, una sentenza prima ancora che il processo sia istruito. Mi sembrerebbe assurdo cambiare nome alle passioni; forse, considerando l’evolversi delle questioni di genere nel nostro paese, sarebbe ora di dare un altro nome agli ancora così spesso denominati “delitti passionali”.

Conclusioni

Quell’abbassamento della soglia di attenzione di cui parlavo sopra può essere forse meglio definito come una graduale indifferenza alla diversità di ambito d’uso dell’insulto – tra pubblico e privato – e alla componente emotiva/comportamentale che ne consegue. Nel caso dell’insulto sessista è possibile vedere come dell’insulto venga trasmessa chiaramente anche la componente gestuale-rituale legata all’espressione insultante, col risultato che ciò che “passa” per amichevole o confidenziale è una pratica sessista, discriminatoria e violenta, che invece dovrebbe essere sempre avvertita come tale, indipendentemente dall’ambito nel quale viene usata.

La questione sollevata non riguarda affatto – come spesso si sente dire – il mancato uso di un linguaggio politically correct che prelude ad offese personali e sociali evitabili; credo che l’uso sconsiderato di insulti sessisti – dal caso ormai storico del trans che querelò la citata trasmissione Lo zoo di 105 alle recenti uscite omofobe di Antonio Cassano, attaccante della Nazionale di calcio – legittimi e renda socialmente accettabile una pratica discriminatoria che invece, nei paesi nei quali la convivenza civile si basa sul riconoscimento dei diritti di tutti i generi sessuali, andrebbe stigmatizzata con forza in primis nel linguaggio.

Questo saggio è apparso in Grammatica e sessismo. Questione di dati?, a cura di Francesca Dragotto, Roma, UniversItalia, 2012, pp. 129-138 riprendendo articoli apparsi sul sito “Le Vocianti“.


[1] Il classico di J.L. Austin, Come fare cose con le parole (Genova, Marietti 1987) è solo il primo che potrebbe essere citato – insieme ai suoi riferimenti Aristotele, Frege e Wittgenstein – per questo legame.

[2] Sito della pluripremiata trasmissione: http://ilsitodellozoo.com . Un esempio dei tanti sessismi veicolati: http://www.105.net/photogallery/show-album/name/zoocolinefinale . Qui una piccola raccolta di perle sessiste di vario genere: http://elementidicriticaomosessuale.blogspot.it/2011/07/lo-zoo-di-105-perche-indignare-dovrebbe.html (tutte le pagine web citate sono esistenti al 22 luglio 2012).

[3] Il sito http://www.funize.com raccoglie tutte le prime pagine dei principali quotidiani italiani. I due citati si distinguono, è vero, e ormai del turpiloquio e del doppio senso sessista hanno fatto quasi stile; ma non mancano,periodicamente, esempi da tutti i quotidiani italiani.

[4] Era l’ottobre del 2011: su “La Stampa” il titolo è “Berlusconi: cambierò nome al Pdl / E scherza: ‘Lo chiamo Forza Gnocca’”, http://www3.lastampa.it/politica/sezioni/articolo/lstp/423602/

[7] http://hotchicksofoccupywallstreet.tumblr.com . Il sito è una raccolta di foto di dimostranti dell’ormai celebre “Occupy Wall Street”; dimostranti donne particolarmente interessanti dal punti di vista sessuale – “The Sexy side of Protesting Corruption”, come recita il sottotitolo.

[8] Libero, 21 settembre 2011: “Silvio sputtanato da PM incompetenti”, http://www.funize.com/Libero/2011/9/21

[9] Dizionario degli insulti, Armenia 1984, p.260-261.

[10] http://gdcedaw.blogspot.it/ è il sito dei giuritsti italiani interessati al problema;  http://www.un.org/womenwatch/daw/csw/index.html è invece la pagina wed del CAW.

[11] Ecco un esempio del gennaio scorso il “delitto di Putignano”, così come viene presentato dall’edizione locale di Repubblica online: http://bari.repubblica.it/cronaca/2012/01/06/news/bari_studentessa_sgozzata_arrestato_il_fidanzato-27662733/ , e più recentemente sempre Repubblica.it ha prodotto un articolo in cui un femminicidio viene contemporaneamente dipinto come passionale e vengono dati elementi per una inoppugnabile premeditazione: http://www.repubblica.it/cronaca/2012/07/20/news/omicidio_suicidio_udine-39382672/

[12] Ne racconta la storia Barbara Spinelli in Femminicidio. Dalla denuncia sociale al riconoscimento giuridico internazionale, FrancoAngeli 2008.

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