“Fra-between”

orelli

Le fotografie di Francesca Orelli – questo è il primo sospiro di sollievo che ho tirato – non chiedono immedesimazione. Non danno neanche il minimo appiglio per una possibile empatia. Non si vede qui il «tuo» corpo, ma il corpo in generale, di tutti, di nessuno. Non c’è qui un soggetto, io o te o Francesca: ci sono presenze, forse più forse meno che soggetti, ma niente di personificabile, niente di mimetico, niente di banalmente condivisibile perché già mio o già nostro.

Il bianco e nero di Francesca Orelli è la sua astrazione. Trasportando le immagini in un «passato» immaginato, lontano da qualunque passato reale, la sua astrazione è fortemente antinaturalistica. Non c’è nessun tranche de vie nelle sue foto; ciò che viene colto dall’obiettivo è sì privo di deformazioni, come farebbe l’occhio umano, ma anche privo di un soggetto – ed è qui che l’occhio umano vorrebbe resistere a quello fotografico, ma non può. Qui l’occhio si arrende e deve chiamare il suo aiuto altri sensi, più attenti alle presenze non definite nettamente. C’è bisogno che l’occhio si faccia mano, per avvertire scabrosità tattili; c’è bisogno che l’occhio si faccia orecchio, per captare suoni provenienti da diverse epoche e da diversi spazi. Altrimenti, nelle fotografie di Francesca Orelli, non si vedrà niente.

Qui non ci sono soggetti: ci sono volumi, corpi, carni, asfalti, cementi, luci determinati unicamente dal loro ingombro. L’immagine – giustamente edita senza cornici, nei due libri Andante vivace  e Miti e carne – se ne va oltre il suo confine materiale, come nei Mondrian degli anni ‘30; e qui l’equilibrio è raggiunto, forse, dal mero peso che hanno quei volumi segnati dal contrasto, come nel maestro olandese la semplice pasta dei colori primari donava una nuova calma classica alla pittura.

Certo queste fotografie non sono calme, però. Di nuovo viene alla mente Mondrian, nella presenza di rette ortogonali qui disegnate ora da oggetti, ora da tagli di luce, ora da sovrapposizioni di diverse fonti d’immagine nella stessa immagine; ma là l’ortogonalità decideva l’essenziale, eliminando il derivato, il secondario, il ‘prodotto’, cioè l’obliquo. In Francesca Orelli l’ortognale separa pezzi diversi che una volta, in qualche modo, erano forse insieme e di cui nessuno più cerca l’unione originaria. Pure l’assemblaggio palesemente costruito nelle foto del primo periodo bostoniano sembrano animate da una tensione; ma pare, piuttosto che una ricerca di una origine lontana e forse in realtà mai esistita, una tensione verso una nuova tridimensionalità, un nuovo volume, nell’ansia prodotta dallo spazio vuoto, fuori e intorno all’immagine, che tende ad essere strappata, dilaniata dal vuoto pneumatico esterno che vuole farsi riempire di masse, oggetti, pezzi.

Tutto questo però non è mai raccontato. Non c’è narrazione: i singoli elementi e le immagini come un tutto resistono al linguaggio. Nelle foto costruite in studio come in quelle prese nel mondo non ci sono racconti da fare – o meglio, ciascuno può inventarne uno, nell’evidenza che non è assolutamente legato a ciò che si vede. Ciò è possibile grazie al secondo elemento astrattivo presente in queste foto: quell’assenza di fuoco e di soggetto di cui dicevamo prima, che è anche l’assenza di un argomento, di un punto di vista, di una presa di posizione. Ciò che viene raffigurato è l’elemento periferico di una normale visione; non il decorativo o il superfluo, ma il periferico come non-centrale, non determinabile, alone, atmosfera.

La serie delle coppie di spalle (in Andante vivace) è forse la più evidentemente votata a rappresentare un tema colto nella sua vaghezza, determinato non da un suo elemento definito ma dall’abbozzo. Le coppie sono sempre centrali, di spalle, due grandi masse al centro dell’immagine, eppure non dicono niente. Non nel senso di essere prive di significato, ma nel senso dell’essere state smontate, smantellate nella loro storicità, astratte e collocate a rappresentare un tipo, un’esempio, un caso tra i tanti. Appunto: un’aria, un’atmosfera, il vago elemento riconoscibile ma non determinabile che lega ad altri elementi richiamandoli senza identificarli. L’«aria di famiglia», diceva l’ultimo Wittgenstein, che Francesca Orelli coglie con notevole tatto senza usare il più ovvio degli strumenti di riconoscimento familiare: il volto. E senza volto le coppie diventano tutte le coppie, le coppie di sempre, di ovunque, tutte le coppie possibili. Gli elementi dell’immagine non servono più a una grammatica storica, ma a una definizione di vaghi ricordi che chiunque può rendere i propri ricordi; in questo si può certamente dire che Francesca Orelli sa cogliere l’essenziale di ciò che fotografa – l’essenziale vago, il centrale periferico, la precisione dell’atmosfera.

Personalmente, in un mondo strozzato dall’ossessione della misura, lo trovo un grande momento di libertà, un agognato respiro salutare.

Questo testo è scritto per Francesca Orelli, dopo aver visto la sua mostra “Fra-between” alla Libreria Caffè «Giufa», Roma,  il 15 dicembre 2010.

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